Un ambientino davvero squallido

di Carlo Stagnaro

I vertici internazionali, non importa quanto diversi, hanno in comune un aspetto provvidenziale: falliscono. Quello di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile (a proposito: quanto è costato al contribuente il viaggio della nutrita delegazione italiana?) non ha certo fatto eccezione. Nella città sudafricana, decine di migliaia di rappresentanti di tutti i paesi del mondo si sono riuniti per discutere del futuro del globo (bum!). Hanno fatto il punto di tutto, di tutto hanno parlato e per tutto hanno cercato una soluzione. Meraviglia delle meraviglie, i gerarchi delle Nazioni Unite hanno presentato, in ogni occasione, la propria ricetta. Sempre la stessa: attribuire ulteriori competenze, poteri, fiducia all’ONU. E poi soldi, soldi, soldi.

A dispetto della loro solerzia, il meeting svoltosi tra il 26 agosto e il 4 settembre ha prodotto tanto fumo e niente arrosto. Non si è raggiunto alcun accordo significativo. In compenso, i mezzi di informazione non hanno perso questa ghiotta occasione per spandere retorica a piene mani. Ci hanno sommersi sotto un zuccheroso velo di ammiccante statalismo, tentando di convincerci in ogni modo che tasse, leggi e regolamenti potranno trasformare il nostro povero pianeta nell’anticamera del Paradiso.

E sì che, pur con tutti i suoi problemi, la Terra non se la passa poi male: l’inquinamento diminuisce, le moderne tecnologie consentono di ottenere raccolti assai elevati da campi sempre più ridotti, i cittadini dei paesi ricchi possono (e vogliono) permettersi il lusso di preoccuparsi dell’ambiente. L’umanità, nel suo complesso, non può lamentarsi: l’aspettativa di vita alla nascita ha raggiunto livelli inimmaginabili fino a pochi decenni fa, il reddito medio pro capite cresce anche nei paesi più poveri, la fame è un problema che riguarda sempre meno persone.

Certamente, molte aree del globo vivono ancora in situazioni estremamente difficili. Nella maggior parte dei casi, la ragione è la presenza di dittature comuniste, un governo dispotico e guerrafondaio oppure il fatto che non sono ancora state raggiunte dalla globalizzazione. Le politiche protezionistiche dell’Occidente sono la ciliegina sulla torta: per causa loro, certe popolazioni ancora non possono godere dei benefici del libero scambio e della divisione del lavoro. Cercheremo di rimediare: è importante farlo. La maniera più rapida ed efficace, naturalmente, è quella di abolire dazi e tariffe e smetterla di organizzare pagliacciate come il vertice di Johannesburg. La vana promessa degli ecologisti – abolire la fame, la miseria, la malattia, se solo daremo loro in mano i nostri portafogli – è pura utopia. Ma la possibilità di ridurre le sofferenze è a portata di mano: sarebbe sufficiente fidarsi della capacità degli uomini di scegliere ciò che è meglio per sé, di superare gli ostacoli, di escogitare soluzioni. Come accade da quando il mondo è mondo o, meglio ancora, dacché l’uomo è uomo.

Se però i politici riuscissero, per caso o per un perverso miracolo, a mettersi d’accordo su qualcuno degli obiettivi che si pongono, farebbero il male non solo dei popoli più progrediti, ma anche e soprattutto di quelli arretrati. Un concetto come quello di “sviluppo sostenibile” – l’abracadabra del dibattito ambientale – adombra la peggior pianificazione e il più miope socialismo. Le élite verdi (e i loro tirapiedi nei Parlamenti) ci chiedono di rinunciare alla ricchezza, al benessere, ai “lussi”: non rendendosi conto (o sapendolo benissimo) che, se davvero prendessimo tale folle decisione, il Terzo Mondo piomberebbe istantaneamente nel passato più oscuro. E’ solo grazie alla creatività degli imprenditori occidentali e al vituperato “consumismo”, infatti, che i paesi poveri stanno conoscendo una crescita prodigiosa e, pur tra mille difficoltà, si stanno lasciando alle spalle tante vecchie preoccupazioni. Ed è solo grazie al capitalismo e al progresso tecnico-scientifico se il pianeta, che fino a pochi secoli fa poteva ospitare qualche centinaio di milioni di uomini e donne, oggi accoglie e sfama oltre sei miliardi di individui.

La brama di potere degli uomini politici e l’ideologia letale degli ecologisti incombono come una spada di Damocle sul nostro futuro. Affidandosi a previsioni catastrofiste, che puntualmente si rivelano sballate, essi vorrebbero costringerci a rinunciare a tutto ciò che i nostri vecchi hanno faticosamente costruito. Ancora peggio, essi aspirano a penetrare nella nostra vita privata e regolamentarne ogni aspetto: dal tenore agli stili di vita, dagli hobby alla dieta, dal tipo di istruzione da impartire ai bambini al numero di figli da mettere al mondo.

Il lato peggiore di avvenimenti come quello di Johannesburg, allora, è la luna di miele che si consuma tra gli estremisti verdi e i politici di ogni colore. I primi vorrebbero riportare l’umanità al miserabile stato pre-industriale; i secondi sarebbero disposti a vendere la madre pur di occupare posizioni di potere. E, naturalmente, l’ideologia degli uni si salda al cinismo degli altri nello sforzo di sottrarre autonomia agli individui e alle comunità, allo scopo di raccogliere le leve del comando nel Palazzo di vetro.

“Non sembra probabile – ha osservato Steven Yates – che il miglioramento della condizione umana, nei paesi ‘sviluppati’ o ‘in via di sviluppo’, sia ciò che i mondialisti o i verdi hanno in mente. I mondialisti vogliono semplicemente il potere. Come i fanatici laicisti (o gli umanisti laici), essi pensano, con la propria stessa esistenza, di aver reso Dio obsoleto. Vorrebbero sostituirlo con un superstato internazionalista. Essi tentano di mettere in pratica la convinzione che, una volta che il nostro bisogno di trascendente sia stato completamente rimosso dalla descrizione della condizione umana, non v’è più alcuna ragione per cui coloro che possono farlo non dovrebbero appropriarsi delle redini del potere e regnare a loro piacere – a livello globale, se possibile. I signorotti dell’ONU, dunque, vedono chiaramente se stessi come un governo mondiale emergente – il Nuovo Ordine Mondiale. Il comunismo è stato uno dei maggiori fallimenti del secolo passato, tuttavia. Ma gli utopisti non si rassegnano mai. I mondialisti hanno giudicato l’ambientalismo e la deep ecology come le migliori armi contro il disprezzato capitalismo. Da qui la crescita di potere dei verdi”.

Ma non è tutto: “i verdi – prosegue il filosofo americano – non sono del tutto laicisti; ed essi di sicuro non sono umanisti in alcun senso. Adorano la ‘madre Terra’ – Gaia – e lo fanno in modo non diverso dalle tribù pagane che abitavano l’Europa prima dell’arrivo del Cristianesimo. Tuttavia, penso che i capi del movimento ambientalista detestino l’umanità”. E’ l’odio per l’uomo, dunque, che muove queste persone: sempre pronte ad appoggiare ogni battaglia che renda la vita più difficile, più brutta, più grigia – meno degna di essere vissuta. Il valore che attribuiscono alla persona umana, d’altronde, è inversamente proporzionale al fervore con cui si battono per l’aborto e il controllo delle nascite.

Se il merito della lotta ambientalista fa accapponare la pelle, il metodo non è migliore. Affidandosi a previsioni pseudo-scientifiche e, anzi, orientando i finanziamenti della ricerca nella direzione del catastrofismo, verdi e politicanti hanno creato la diffusa percezione che la libera iniziativa debba necessariamente danneggiare l’ambiente. “Studi” scientifici privi di ogni attendibilità vengono sfornati a ritmo quotidiano. L’obiettivo è sempre il medesimo: mettere in discussione la libertà umana. L’accettazione acritica di una certa “scienza” porta immancabilmente alla conclusione che solo lo Stato può gestire la produzione e la distribuzione dei beni – e perfino i comportamenti privati. Si parli di effetto serra o biodiversità, dei presunti danni del tabacco o dell’elettrosmog, ci troviamo sempre di fronte allo spocchioso puritanesimo di chi si considera alla stregua di Dio e, anzi, ha la pretesa di insegnare al Creatore come avrebbe dovuto fabbricare gli uomini.

L’avvento del verdismo ha sovvertito ogni crisma della ricerca scientifica e stabilito l’assurdo principio per cui i fatti possono derivare dall’ideologia. Secondo molti ambientalisti, lo scopo della scienza non è indagare la natura, il reale, bensì plasmare il mondo a immagine e somiglianza di un osceno ritratto da loro stessi tracciato. Il loro cinismo ha raggiunto livelli inaccettabili quando, per esempio, hanno tentato di brandire le alluvioni che hanno devastato l’Europa centrale come una clava al servizio dei loro interessi politici. Senza alcun rispetto per le vittime delle acque, hanno subito puntato il dito contro l’eterno nemico: l’economia di mercato. Eppure, non vi è alcuna evidenza che le fortissime precipitazioni del mese di agosto siano dovute, direttamente o indirettamente, all’attività umana. Anzi, di fronte a un dramma di tal portata l’idrologo non si stupisce: egli sa benissimo che piogge così violente sono improbabili, ma non impossibili; questi eventi vengono appunto definiti “eccezionali”.

In realtà, quando la saggezza popolare dice: “piove che Dio la manda”, va molto più vicina al cuore del problema di quanto si creda. Le precipitazioni sono infatti governate dal “caso”, e in particolare i cosiddetti “eventi estremi” sono ben rappresentati da distribuzioni probabilistiche che ci dicono che, in media, una volta ogni dieci anni piove “tanto”, una volta ogni cento anni piove “tantissimo” e una volta ogni chissà-quanti-mila anni viene un diluvio universale. Quello a cui abbiamo assistito è, probabilmente, un evento centennale o duecentennale. Tutti i quotidiani e le televisioni, in effetti, si sono premurati di informarci che il livello raggiunto dall'Elba al colmo di piena è paragonabile a quello che le acque toccarono nel 1845. Probabilmente valori simili possono essere trovati per la Moldava e gli altri corsi d'acqua. Come si vede, la spiegazione più ragionevole non implica necessariamente cambiamenti epocali. Molto più banalmente – e senza voler sminuire la tragicità degli eventi, ma non per questo cedendo alla facile tentazione irrazionalistica – la vera causa delle piogge va cercata nella naturale, naturalissima variabilità del clima. E’ un atteggiamento profondamente sbagliato, insomma, quello di considerare la natura sempre e comunque “immacolata”, e l’uomo sempre e comunque “colpevole”. Ed è altrettanto ingenuo attribuire agli esseri umani poteri che non hanno: non possiamo governare le piogge, ma neppure scatenarle.

Del resto, l’affermazione che eventi come quello che ha sommerso l’Europa centrale sono dovuti all’uomo implica una serie di ipotesi tutt’altro che scontate – e, anzi, decisamente improbabili. Bisognerebbe dimostrare – e non limitarsi a dire – che gli eventi estremi si stanno intensificando; che, ammesso che ciò stia avvenendo, il fenomeno è legato al riscaldamento dell’atmosfera; e che, infine, l’uomo ha in ciò un ruolo preponderante (le sue attività, cioè, sono in grado di alterare significativamente le oscillazioni naturali che da sempre interessano la temperatura media della superficie terrestre).

Analfabetismo scientifico, odio per l’uomo, terrorismo ideologico e fame di potere sono gli ingredienti micidiali che si incontrano nei vertici mondiali sull’ambiente. Finora la miscela letale non è esplosa. Il modo migliore per evitare una deflagrazione è noto: tenere il fuoco lontano dal combustibile. In altre parole, restituire libertà al mercato (nazionale e globale), tagliare i finanziamenti pubblici alle associazioni ambientaliste, privatizzare le scuole e le università, abolire i programmi ministeriali e spazzare via i corsi di indottrinamento verde.