Difficile considerare “liberazione”
quanto accaduto in Iraq
E ci ha rimesso l’ordine naturale

di Hans Hermann Hoppe

Le scene di razzia e vandalismo avvenute a Baghdad dopo la sconfitta militare del governo guidato da Saddam Hussein sono state citate come prove della necessità di uno Stato, e come confutazione dell’idea anarchica di una società senza Stato, o ordine naturale. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità.

A dispetto di tanti discorsi contrari, sussiste tra le persone una relazione naturale di cooperazione pacifica, basata sul riconoscimento della maggiore produttività fisica della divisione del lavoro. Questo non significa che non ci saranno crimini e aggressioni. Dato che l’umanità è fatta in un certo modo, assassini, rapinatori, ladri, teppisti e truffatori esisteranno sempre. Il loro comportamento antisociale viene in genere represso per mezzo dell’autodifesa armata, della mutua protezione e di accordi assicurativi. Nella maggior parte dei casi i conflitti vengono risolti pacificamente con l’arbitrato, mediante il ricorso a dei giudici che godono di un’autorità naturale volontariamente riconosciuta (in genere si tratta di appartenenti alla nobiltà o all'élite sociale). Gli uomini hanno cooperato in questa maniera per migliaia di anni, senza bisogno di uno Stato (definito nel modo che adesso indicheremo). Perfino oggi in ogni piccolo villaggio si può ancora riconoscere l’ordine naturale in funzione.

Non è quindi il fenomeno della cooperazione naturale che richiede una spiegazione, ma quello dello Stato.

Uno Stato viene definito come un monopolista territoriale della decisione ultima in caso di conflitto, compresi i conflitti che lo coinvolgono; implicito in questo potere di escludere tutti gli altri dall’agire come giudici ultimi è il secondo elemento definitorio dello Stato: il potere di tassare, cioè di determinare unilateralmente il prezzo che devono pagare coloro che cercano giustizia per i suoi servigi.

Partendo da questa definizione si comprende facilmente il motivo del desiderio di fondare uno Stato o di assumere il controllo di uno esistente, dato che il monopolista della decisione ultima in un dato territorio può fare le leggi a proprio favore. Perdipiù colui che ha il potere di fare le leggi ha anche quello di tassare, arricchendosi così a spese altrui. Una posizione del genere è sicuramente invidiabile.

È più difficile comprendere come possa farla franca colui che intende fondare lo Stato. Perché gli altri dovrebbero tollerare una istituzione così straordinaria?

È qui che entra in scena il fenomeno del “saccheggio”.

Un ordine naturale è caratterizzato dalla cooperazione pacifica. Per far apparire necessaria la costruzione dello Stato è indispensabile distruggere l’ordine naturale e creare una “anarchia” hobbesiana caratterizzata da saccheggi e vandalismi.

Tipicamente questo obiettivo viene raggiunto quando alcuni membri dell’élite sociale incitano le masse non proprietarie a rivoltarsi contro la classe proprietaria. Nel caos che ne consegue, lo Stato potenziale giunge in soccorso dei proprietari offrendo loro di fermare la ribellione dei non proprietari e di restaurare la pace, in cambio del riconoscimento dello status monopolistico di giudice ultimo.

Una volta che attraverso questo processo lo Stato potenziale si è trasformato in uno Stato vero e proprio impedirà ogni ulteriore saccheggio, ma solo per avere maggiori proprietà a disposizione per il proprio saccheggio. In ogni caso lo Stato non ha alcun interesse ad essere “troppo” efficiente nella repressione del crimine privato, fornendo questo un costante promemoria dell'asserito bisogno di uno Stato. Infatti, per poter rapinare con maggior successo i propri cittadini, lo Stato tenterà di disarmarli, rendendoli più vulnerabili agli attacchi del crimine privato.

Possiamo a questo punto ritornare agli eventi di Baghdad. Gli Stati sono intrinsecamente aggressivi, e questo vale tanto per il governo americano come per quello iracheno. Se un soggetto può esternalizzare i costi della propria aggressione sugli altri in forma di tasse imposte ai propri cittadini, sarà molto più aggressivo di colui che deve sopportare personalmente l’intero costo dell’aggressione.

In maniera apparentemente paradossale gli Stati “liberali”, che tassano e regolano i propri sudditi comparativamente meno (come gli Stati Uniti), tendono ad essere più aggressivi degli Stati “non liberali” (come l’Iraq).

La ragione di tutto questo è semplice. La vittoria o la sconfitta nella guerra interstatuale dipende da numerosi fattori, ma in ultima analisi quello che decide è l’ammontare relativo di risorse economiche a disposizione del governo. Tassando e regolamentando i governi non contribuiscono alla creazione di ricchezza economica, ma si appropriano come parassiti della ricchezza esistente. I governi possono comunque influenzare negativamente l’ammontare di ricchezza esistente. A parità di condizioni, minori sono le tasse e le regolamentazioni imposte dal governo alla propria economia domestica, più la sua popolazione tende a crescere (per ragioni interne e per fattori immigratori) e più larga sarà la quantità di ricchezza prodotta internamente che il governo potrà prelevare per far fronte ai conflitti con gli altri Stati. In altre parole, gli Stati che tassano e regolamentano comparativamente poco tendono a sconfiggere e a espandere il loro controllo territoriale a spese degli Stati non liberali. Non è un caso che sia stato il governo americano ad aggredire l’Iraq, e non viceversa.

Come prevedibile gli Stati Uniti, gli aggressori, hanno invaso e occupato con successo l’Iraq. Una volta che Baghdad è stata conquistata dalle truppe americane il governo di Saddam Hussein ha cessato a tutti gli effetti di esistere, e un nuovo governo statunitense si è stabilito in Iraq. Invece di Saddam Hussein, adesso è il governo militare americano che agisce come giudice ultimo in Iraq.

In ogni caso nessun popolo può essere governato a lungo sulla punta delle baionette. Per poter durare il nuovo governo americano deve guadagnarsi la legittimità presso il popolo iracheno. Contrariamente infatti alla propaganda statunitense, l'invasione e l’occupazione dell’Iraq non è stato un atto di liberazione. Se A libera B, che è tenuto in ostaggio da C, questa è una liberazione. Ma se A libera B dalle mani di C allo scopo di prendere B in proprio ostaggio non si tratta affatto di un atto di liberazione. Non si tratta di liberazione neanche il caso in cui A libera B dalle Mani di C uccidendo D. Né si tratta di un atto di liberazione quando A prende con la forza il denaro di D allo scopo di liberare B da C. Diversamente infatti da una liberazione genuina, che è salutata dai liberati con assenso unanime, l’occupazione statunitense ha incontrato molto meno di universale entusiasmo tra gli iracheni “liberati”. Perfino molti degli avversari di Saddam Hussein, che hanno visto con favore la sua caduta, considerano ancora gli Stati Uniti come un invasore non invitato.

Trovandosi ad affrontare un problema di legittimità, quale metodo migliore per dimostrare la “necessità” di una continua presenza statunitense se non quello vecchio e collaudato di creare innanzitutto il caos? Gli occupanti americani incitano così le masse di Baghdad a saccheggiare inizialmente (in maniera apparentemente giustificata) le “proprietà governative”, e successivamente anche la proprietà privata. Perdipiù, sparando indiscriminatamente su ogni iracheno armato, le truppe americane impediscono ogni efficace autodifesa agli iracheni vittime delle razzie (impedendo così il riemergere di un ordine naturale). Nella conseguente anarchia hobbesiana, la classe proprietaria di Baghdad è costretta a mendicare la protezione alle forze occupanti.

In conclusione, piuttosto che causa e ragione dell’esistenza dello Stato, l’anarchia hobbesiana vista a Baghdad è il risultato e la conseguenza della costruzione e della conquista dello Stato, altrimenti conosciuta come “cambio di regime”.