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Il patto di stabilità salta Euroscettici alla riscossa di Leonardo Facco Qualche tempo fa, Alessandro Vitale mi disse più o meno così: “Sarà l’entrata dei paesi dell’Est nell’Unione a far vacillare il superstato che ha sede a Bruxelles. I conti dei burocrati-pianificatori non torneranno e comicerà la crisi”. Ho subito pensato a lui anche se per ora è solo ufficialmente approvato il sì all’ingresso nel club Ue dei 10 nuovi membri - quando, a fine novembre, è apparsa la notizia che Ecofin e Commissione sono finiti ai ferri corti per via del mancato rispetto, da parte di Francia e Germania, di uno di quei parametri previsti dal trattato di Maastricht, ovvero il rapporto del 3 per cento fra deficit e Pil. Da quasi un anno, Parigi e Berlino (affaticata quest’ultima da un decennio di assistenzialismo a favore dei “fratelli” dell’ex Ddr) facevano il diavolo a quattro per derogare al rispetto dell’accordo di cui sopra, sancito all’inizio degli Anni novanta. Finalmente, ci sono riuscite. E il tanto sbandierato rigore europeista (non ne dubitavamo) è andato a carte quarantotto, col risultato che, come al solito, s’è dimostrato che gli Stati, e i loro governanti, utili solo a consumare sangue e a macinare aria sosteneva Guareschi, possono fare e disfare a loro piacimento, tanto alla fine a pagare è Pantalone, i cittadini tartassati. Non poche le reazioni all’implosione europea: C’è stato Prodi che se l’è presa con Tremonti, c’è chi invece ha sostenuto che s’è tratata di una vittoria dei politici sui burocrati (sai che roba!!!) e chi ha detto che, Mario Monti, “la decisione del Consiglio Ecofin di graziare Francia e Germania non mette in gioco solo il patto di stabilità, ma l’intero patto europeo e rischia di farci tornare a un’Europa del XIX secolo”. Quel che noi pensiamo dell’Europa voi lettori lo sapete bene. Abbiamo persino dedicato un numero monografico di Enclave (il 10) al tema e un convegno a Milano. Correva l’anno 2000. Ci piace però ribadire quei concetti (tra l’altro, più avanti potete leggere un bell’rticolo di Richard Pollock su cosa son capaci di combinare certi euroburocrati) che ci hanno fatto diventare “antipatici” e “antistorici” di fronte al parterre di opinionisti “politically correct” sempre pronti a sedersi al tavolo dei potenti per banchettare. Eppure siamo sempre stati in buona compagnia. Svedesi. Danesi. Gli inglesi, che per evitare di trovarsi l’euro fra capo e collo hanno messo persino in campo uno spot in cui usavano Hitler come difensore, e simbolo, dei sostenitori della moneta unica: “Un impero, un popolo, una moneta”. Così giudicavano, e giudicano, Eurolandia i sudditi della regina. Magari tornasse il Diaciannovesimo secolo tanto inviso al commissario Monti. Magari si tornasse subito alle piccole realtà locali in competizione fra loro, quelle che dai risorgimenti vari, tutti di stampo nazionalista e giacobino, ci hanno solamente perso in termini di libertà. L’Unione europea, fatta salva l’idea ispiratrice di Roma del 1957 (un libero mercato per merci e persone) s’è dimostrata, anno dopo anno, l’ultimo dei leviatani. Il suo simbolo è il palazzo di Berlaymont, uno spreco costato 2.200 miliardi di vecchie lire, costruito con tante frodi e poi sostituito con una nuova sede. I suoi cervelli sono quelli che per sapere come si devono pescare le acciughe nel golfo di Biscaglia hanno emanato, nel solo 1999, tre direttive. E a tutt’oggi, per regolare il consumo della carne ci sono 600 direttive. Ancora: la Comunità europea finanzia conferenze e convegni inutili per milioni di euro, tutta la cooperazione per lo sviluppo è diventata buon affare, le somme realmente spese vanno a vantaggio di produttori europei e chi paga il conto finale è sempre il contribuente. Potremmo continuare all’infinito, anche se l’ultimo degli accenni vorremmo farlo a quei “fuhrer mentecatti” che stanno pensando di approvare l’idea del mandato di cattura europeo. Speriamo che la profezia di Vitale si avveri al più presto. Altro che temere il Diaciannovesimo secolo caro Monti. Ci auguriamo che l’Europa possa rivivere, il prima possibile, un nuovo “Medioevo delle libertà”.
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