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La più autentica socialità ha radici nel libertarismo di Carlo Lottieri Una delle accuse più frequentemente indirizzate alla teoria libertaria è che, basandosi sull’individualismo metodologico, esso sottolinea l’esigenza di esaminare la realtà sociale muovendo dal singolo (entità reale), e non dal collettivo (entità fittizia). Studiare la società, in altre parole, significa comprendere il senso dell’azione dei singoli individui e il loro comporsi. In tal modo, la teoria libertaria definisce i concetti di “Stato”, “pubblico” e “comunità” quali semplici duplicazioni semantiche della realtà, prive di un loro referente proprio. Una simile tesi è fermamente rigettata dai comunitaristi, per i quali la cultura liberale condurrebbe a fare della persona una “monade”, sottratta ad ogni comunità e relazione sociale. Le cose però non stanno affatto così, tanto che si può tranquillamente ritenere il libertarismo la concezione più intensamente sociale: quella che maggiormente valorizza l’interazione umana. L’uomo della società liberale è un uomo che ha bisogno degli altri: egli ha una dignità assoluta (l’aggressione è bandita) e può anche scegliere di vivere del tutto isolato, ma in realtà riesce ad esprimere tutte le sue potenzialità solo nell’interazione con gli altri. L’uomo liberale vive nell’interazione sociale e non è certo un caso che al centro dell’attenzione degli studiosi sociali liberali vi sia il mercato, che è nella sua essenza interpersonale. Un uomo libero può certo legittimamente decidere di vivere in solitudine, ma il prezzo che pagherà è altissimo: niente relazioni affettive, nessuna divisione del lavoro (e, di conseguenza, un livello tecnologico di tipo preistorico), nessuna informazione e conoscenza proveniente da altre culture e persone. Per questo motivo, l’individualismo libertario accetta integralmente la tesi aristotelica che vede nell’uomo un animale sociale, naturalmente portato ad interagire. Da qui l’importanza delle comunità volontarie, dei rapporti faccia-a-faccia, degli ambiti segnati dall’altruismo e/o dal mutualismo. È questa una dimensione fondamentale e certo un’esistenza non può essere equilibrata e matura se non assegna il giusto spazio a tale ambito in senso lato “familiare”, che ci vede favorire l’amico a scapito di chi ci è estraneo, che ci vede anteporre il parente ai danni dello sconosciuto. (Oggi molti rigettano l’idea stessa di “discriminazione”, ma questo è comprensibile solo perché viviamo in società quasi completamente statizzate, dove il privilegio riconosciuto all’amico o al parente comporta un’ingiustizia: qualcuno ad esempio ottiene un posto di lavoro pubblico a scapito di un altro che, magari, avrebbe avuto più titoli per vincere il dato concorso. Ma in una società liberata dall’obbligo politico e dalla collettivizzazione che ne discende, potremmo tornare liberamente a discriminare in maniera legittima, decidendo a nostro piacere di anteporre un criterio di giudizio ad un altro.) D’altra parte, la libertà dell’individuo è tutt’uno con la facoltà a privilegiare talune persone anche a detrimento di altre, proprio perché il mondo in cui viviamo è sempre orientato e ha ben poco a che fare con quello spazio indifferenziato racchiuso entro gli assi cartesiani. Gli altri che sono intorno a noi non sono per nulla interscambiabili. Un padre è normalmente portato ad aiutare il figlio e a dedicare a lui una parte rilevante del suo tempo, anche se sa bene che vi possono essere molti altri giovani più bisognosi e meritevoli di sostegno. Questo universo di relazioni ad alta intensità emotiva, però, non assorbe in sé tutta la nostra vita sociale. Se noi siamo quasi sempre parte di comunità ristrette, al tempo stesso siamo viandanti lungo ampie strade che ci permettono di incrociare persone ignote o con cui non abbiamo relazioni “affettive” particolari. Perfino la famiglia, è sempre il caso di ricordarlo, nasce dall’incontro di due “estranei” (membri di “tribù” distinte), che però scelgono di vivere assieme e condividere l’esistenza. Per di più, il nostro essere padri o figli, e quindi membri di comunità, non annulla in alcun modo la nostra individualità e anzi siamo o possiamo essere comunitari proprio perché siamo individui. Ma nel nostro essere “singoli” siamo in condizione di prendere parte a quell’ampio ordine di mercato in cui giocano un ruolo di primo piano i prezzi e grazie al quale le nostre stesse solidarietà di tipo “comunitario” possono prosperare. In tale ordine vasto e almeno in taluni suoi aspetti impersonale, si ha una rapida circolazione delle conoscenze e viene messo all’opera un sistema di incentivi che induce ognuno a “servire al meglio” il prossimo, dato che entro una competizione senza interferenze statali i successi imprenditoriali non sono altro che il riflesso della capacità dei singoli di soddisfare le attese del prossimo. A questo proposito, troppo spesso vi è una colpevole sottovalutazione del ruolo fondamentale che i prezzi di mercato giocano nella vita sociale, che senza di loro sarebbe condannata alla più completa irrazionalità. Come Mises dimostrò in un saggio straordinario del 1920, la nostra possibilità di agire in maniera appropriata nell’ambito economico e quindi di usare in modo responsabile le risorse di cui si dispone è strettamente dipendente dalla presenza di prezzi liberi, che emergano dall’interazione di soggetti proprietari. Poiché privo di veri prezzi, sottolineò Mises, il socialismo è destinato al fallimento e tutti ricordiamo come nell’epoca di Breznev vi fossero contadini della Crimea che prendevano l’aereo ogni mattina per andare nei mercatini rionali di Mosca a vendere ortaggi. I prezzi agricoli erano incredibilmente alti a causa della pianificazione economica e quelli del trasporto aereo erano assurdamente bassi in quanto si trattava di tariffe politiche. Ma l’irrazionalità generale di quel mondo sovietico affondava nell’assenza di prezzi liberi e, ancor prima, di proprietari liberi di interagire. Oltre ad essere dissipatore di risorse, ogni ordine sociale inquinato dalla coercizione statale produce cinismo e moltiplica le logiche opportunistiche. Non a caso un tratto tra i più significativi delle nostre società statizzate è il trionfo del parassitismo: a ogni livello. Mentre una società imprenditoriale valorizza l’attenzione a chi è altro da noi (che siamo chiamati a soddisfare e ad accontentare), gli apparati burocratici della statualità sono dominati dall’assenza di scrupoli di chi sa che il suo successo e la sua gratificazione dipendono dalla capacità con cui saprà prevalere sugli altri. L’esistenza di una massiccia realtà statale e parastatale costituita da approfittatori e “sanguisughe sociali” (e in cui giocano la parte del leone, ovviamente, anche numerosi sedicenti “capitalisti”) ci mostra come sia impossibile annullare l’individuo nel gruppo. Non solo vi è un’esperienza etico-religiosa dell’altro che permette di avvertire la trascendenza del singolo rispetto non solo alla comunità, ma all’essere in quanto tale: vi è pure questa dura realtà di conflitti sociali totalmente correlati al Moloch statale, la quale ci obbliga a prendere atto dell’inesistenza di un “intelletto unico”, di una comunità unificata, di una società in condizione di agire unitariamente. Ogni protesta di piazza che veda protagonista questa o quella corporazione di dipendenti pubblici, determinata a domandare un aumento salariale, è in realtà un’azione politica volta a ricevere risorse attualmente a disposizione di altri gruppi sociali. È l’evidente espressione di un cinico egoismo d’individui che aspirano ad avere denaro altrui. Il comunitarismo statale che ci assoggetta alla sovranità in nome di presunti valori comuni e in vista di un ordine “solidale” produce, quindi, un bellum omnium contra omnes che finisce per rovesciare le stesse analisi e diagnosi offerteci da Hobbes (dal momento che è il Leviatano stesso a produrre una conflittualità endemica). In questo senso, Leoni ebbe a scrivere che in una società statizzata si assiste alla “lotta legale di tutti contro tutti” e all’imporsi generalizzato di comportamenti opportunistici. Le logiche di tipo parassitario cancellano ogni scrupolo dinanzi all’uso della coercizione, tanto che si afferma l’idea che è legittimo ricorrere alle leggi per ottenere benefici personali o di gruppo. In nome di rappresentazioni parodistiche della vita comunitaria (quali sono, ad esempio, le patrie fasulle inventate dalle élites europee nel corso del diciannovesimo secolo) si distruggono le comunità autentiche e volontarie, che sono private di ogni indipendenza e capacità d’azione. Il caso dell’istruzione di Stato (sottratta al controllo e alla libera scelta delle famiglie) è in tal senso più che emblematica. Tra l’altro, è anche evidente come l’attitudine degli individui a gratificare gli altri e quindi ad essere abili imprenditori di se stessi sia strettamente collegata alla capacità delle piccole comunità “affettive” di rappresentare luoghi di formazione, acculturazione, educazione (nel senso forte del termine). Il monopolio scolastico statale e, di conseguenza, la marginalizzazione delle comunità familiari nella gestione del processo di trasmissione delle conoscenze sono fonte di innumerevoli problemi per la stessa economia di mercato e rischiano di mettere in crisi l’intera civiltà occidentale. Se vogliamo quindi salvare la più autentica socialità è urgente che ci si diriga verso una società di mercato, basata sul più rigoroso rispetto della proprietà privata (niente tasse, niente regolamentazione) e delle interazioni volontarie di mercato che ne derivano.
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