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«Il 10 settembre 2001, il web era ancora fonte di speranza - scrive nell’introduzione al rapporto Julien Pain responsabile “Internet e libertà” di “Reporters sans frontières” - prometteva di facilitare l’accesso di tutti all’informazione indipendente e di contribuire a fare vacillare le dittature. Qualche giorno dopo, era diventato una sorta di zona del non-diritto, che aveva permesso ad al Qaida di svilupparsi e coordinare gli attacchi. Improvvisamente, Internet faceva ormai paura. Il 10 settembre 2001 segna l’ultimo giorno dell’era della libertà di espressione sul net. Da allora, l’era del Big Brother (Grande fratello, ndr) si è avvicinata a grandi passi». L’associazione denuncia che le leggi che autorizzano la sorveglianza degli internauti si sono moltiplicate. Dopo l’attentato delle Twin Towers, gli Stati Uniti hanno votato in tutta fretta date le circostanze eccezionali e adottato il “Patriot act”, seguiti a ruota dalla gran parte dei paesi occidentali: così a distanza di un mese la Francia, per esempio, si è dotata di una legge per la sicurezza quotidiana (Lsq). Ora, uno degli obiettivi di questi testi era di facilitare il conseguimento di informazioni personali relative agli internauti da parte della polizia: «Tali leggi sono ormai entrate a far parte del quadro legislativo di numerose democrazie - sottolinea Pain - Oggi, la corrispondenza elettronica e la navigazione degli internauti non sono più protette da sufficienti garanzie di riservatezza». Secondo il rapporto sono 4 i paesi che mettono in carcere i loro cittadini ogni qualvolta affrontano sul web argomenti ritenuti sovversivi: la Cina (63 cyberdissidenti dietro le sbarre), il Vietnam (7), le Maldive (3), la Siria (2): «La censura delle pubblicazioni online è in rapida espansione e le dittature stanno sviluppando delle tecnologie sempre più sofisticate per filtrare la rete - sottolinea Reporters sans frontières - la Cina e il Vietnam stanno diventando dei veri esperti in questa materia. Ma anche i regimi saudita, iraniano, tunisino o turkmeno bloccano l’accesso a moltissimi siti, da quelli pornografici ai magazine indipendenti, senza trascurare ovviamente le pagine che parlano di religioni proibite e di diritti umani». Alcuni Paesi hanno adottato una posizione ancora più radicale: «I regimi cubano, birmano e nord-coreano piuttosto che investire in costosi sistemi di sorveglianza hanno preferito riservare l’utilizzo di Internet a una ridottissima minoranza della loro popolazione», si legge nella sintesi del rapporto. Secondo il rapporto, anche le democrazie hanno a poco a poco limitato le libertà individuali dei loro internauti. Gli obiettivi sono apparentemente, ma solo apparentemente ribadiamo, lodevoli: lottare contro lo sviluppo di contenuti pedofili online, collaborare allo smantellamento delle reti terroristiche, proteggere le industrie culturali dalla pirateria. Secondo il rapporto “Internet sotto stretta sorveglianza” i governi “faticano a trovare un equilibrio tra il diritto alla libertà di espressione degli internauti, il rispetto della privacy delle comunicazioni e gli standard di sicurezza e finanziari sempre più severi”. Risultato? «Oggi nella gran parte delle democrazie, internet deve fare i conti con un regime giuridico molto meno attento alla libertà di espressione rispetto ai media tradizionali». Arturo Doilo
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