Kenya, una strage che si poteva evitare
 
Si chiama aflatossina il fungo che sta mietendo vittime nel nord del Kenya, Africa. In sette settimane si stima che abbia ucciso più di 110 persone. L’aflatossina si sviluppa nel mais, specie in quello raccolto troppo secco, molto spezzato e quindi ricco di polveri, e si moltiplica con il favore di sistemi sbagliati di essicazione e di stoccaggio. Per far fronte a una grave carestia, alcune settimane fa il governo kenyano aveva distribuito 10.000 sacchi di mais in quattro distretti. Secondo gli accertamenti ordinati dal ministero della sanità dopo i primi decessi, è risultato che circa l’80 per cento del mais distribuito è inquinato dalla micotossina mortale. Adesso si stanno raccogliendo le scorte rimaste nei magazzini, ma è quasi impossibile ricuperare tutti i sacchi già consegnati alle famiglie. Negli ospedali locali sono ricoverate oltre 200 persone intossicate e si teme che il numero dei morti sia destinato a salire.

“Per ridurre il rischio aflatossina – spiega Anna Bono, Direttore del Dipartimento Sviluppo Umano del CESPAS – è necessario seguire metodi di raccolta e di conservazione del mais che richiedono tecnologie adeguate e collaborazione da parte dei produttori”: condizioni che anche in Italia non sono facili da realizzare, come dimostra l’aumento delle percentuali di aflatossina M1 riscontrate nel raccolto 2003 di mais destinato all’alimentazione del bestiame.

“Una soluzione efficace è a portata di mano – sostiene Anna Bono – Si tratta di utilizzare mais OGM, geneticamente modificato, per resistere agli attacchi delle micotossine. Ma per farlo occorre contrastare gli interessi dei sostenitori delle colture tradizionali e delle ditte produttrici di antiparassitari chimici. Intanto è la popolazione del Kenya a pagare il prezzo della demonizzazione dei prodotti OGM”.

Fortunatamente, di recente il Presidente Mwai Kibaki ha affermato che le crescenti inondazioni e malattie richiedono l’uso di moderni metodi colturali.