Ecco come è andata in Estonia
 
Il due volte primo ministro estone Mart Laar, ex deputato a Bruxelles, oggi parlamentare, ha il candore di dire: “vorrei smettere con la politica, sento nostalgia degli studi”. Eppure, sotto la scorza della sua modestia, vibra la consapevolezza d’aver cambiato la storia: “se mai verrò citato sui libri, vorrei essere ricordato come colui che ha reso irreversibile l’occidentalizzazione dell’Estonia”. E probabilmente sarà così: durante le sue due amministrazioni, la nazione baltica ha conosciuto riforme vigorose che ne hanno stimolato una crescita economica tumultuosa.

Laar ha privatizzato le imprese pubbliche (il 90% dell’economia è oggi in mani private), ha abolito in un colpo solo tutti i dazi doganali, ha falciato le tasse, ha trovato il modo di sedare le tensioni tra i cittadini estoni e quelli di origine russa. Ieri era a Roma per un convegno sul “rischio protezionista”, organizzato dall’Istituto Bruno Leoni.

Onorevole Laar, lei ha fatto piazza pulita del protezionismo nel Suo Paese. Ma le esigenze di un’economia emergente sono diverse da quelle di una nazione come l’Italia. Il nostro made in Italy soffre. La globalizzazione aiuta la contraffazione?

Cosa crede, anche noi abbiamo dovuto affrontare questa minaccia. E l’abbiamo fatto senza ricorrere ai dazi doganali perché, semplicemente, la contraffazione non ha nulla a che fare col libero scambio. La sfida è quella di prendere i petto i produttori di prodotti contraffatti, e l’unico modo di farlo con efficacia è strozzarne la distribuzione. Il vero sbocco delle merci contraffatte sono i supermercati; noi abbiamo collaborato con le imprese vittime della contraffazione per individuare gli snodi cruciali e far capire ai loro gestori che le regole vanno rispettate. L’abbiamo avuta vinta. Le dirò di più: è il protezionismo, non la globalizzazione, che favorisce la contraffazione.

Scusi?

Il protezionismo aiuta la contraffazione. Facendo crescere il prezzo dei prodotti, rende più ghiotto il business dei falsi. Non solo: se l’apparato burocratico deve vigilare sul rispetto di migliaia di dazi, non può prendere di petto il fenomeno della contraffazione.

Perché ha abolito i dazi?

Perché sapevo che il libero scambio avrebbe aiutato la crescita economica del mio Paese. E così è andata, nonostante l’opposizione che ho trovato sulla mia strada. Pensi che, nel 1994, incontrai un funzionario dell’Unione Europea, che mi mise in guardia: se rinunciate a misure protezionistiche, la vostra fragile economia verrà spazzata via dalla concorrenza, dal capitalismo selvaggio.

E allora?

Bé, gli dissi che noi avevamo già fatto piazza pulita dei dazi, e la nostra “fragile” economia stava crescendo del 7% l’anno...

Tutto merito del libero scambio internazionale?

No, non solo. Da presidente, ho anche privatizzato le industrie che prima erano pubbliche e inefficienti.

Come fa l’Estonia ad attirare capitali stranieri?

E’ facile. Non abbiamo barriere al commercio, abbiamo una legislazione sul lavoro che impone pochissimi vincoli, però chiari, disponiamo di istituzioni basate sulla rule of law, e abbiamo un fisco leggero. Pensi che, quando sono diventato presidente, l’aliquota marginale sul reddito era attorno al 50%, l’inflazione del 1000%. Il mio governo ha cambiato le carte in tavola: abbiamo dato al Paese stabilità monetaria e abbiamo imposto una flat rate, un’aliquota unica del 26%. La vuol sapere una cosa divertente?

Dica, dica.

Negli anni successivi abbiamo dovuto ulteriormente ridurre le imposte, a causa della concorrenza fiscale degli altri paesi. Ora si sta discutendo su una riduzione al 20%.

E i sindacati, le opposizioni, l’opinione pubblica, tutti zitti e buoni?

Ero certo di fare la cosa giusta, e l’ho fatto, senza guardare quel che dicevano i sondaggi. Quando sono stato eletto la prima volta, nel 1992, ho deciso di non seguire un processo graduale: avrei finito per fallire. Ho voluto seguire il mio programma elettorale, tutto e subito: ho rispettato il mio contratto con gli estoni.

Che però non l’hanno rieletta...

Certo, le riforme che ho introdotto erano talmente radicali che inizialmente hanno spiazzato l’elettorato. Poi però, a distanza di anni, mi hanno votato di nuovo.


Carlo Stagnaro