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Molto dell’impegno profuso dai libertari è servito per ricercare continuamente mezzi di comunicazione di massa sui quali conquistare spazi utili alla divulgazione delle idee. Un lavoro estenuante, che ha certamente dato qualche frutto prezioso in quest’ultimo decennio, ma che non può ancora considerarsi sufficiente, se il “nostro” fine ultimo è quello di diventare veri e propri soggetti attivi nella discussione delle mille problematiche socio-economiche italiane, con la speranza di poter incidere in modo sostanziale sull’opinione pubblica. Ciò premesso, se da un lato non si può che plaudire la presenza degli intellettuali libertari sulle colonne di prestigiosi settimanali e quotidiani dall’altro, l’esposizione mediatica degli stessi libertari è ancora insufficiente o, perlomeno, largamente minoritaria rispetto alla vulgata parolaia “collettivista”, che infesta sia la carta stampata che i palinsesti delle emittenti televisive tutte. Il variegato mondo dell’informazione, non lo scopriamo oggi, è stato occupato “manu militari” dalla sinistra (a chi non lo avesse letto consigliamo un libro del passato, “Eskimo in redazione” di Michele Brambilla) ed è dunque difficile pensare che proprio loro (che siedono in mille posti chiave dell’establishment culturale) concedano spazi utili al libertarismo. Ciò che, questo sì, lascia molto più perplessi è che altrettante difficoltà “i nostri” le trovino proprio in quegli ambienti che dovrebbero avere un occhio di riguardo per le idee che profumano di liberalismo e che - in maniera non certo occulta hanno come referente politico “naturale” il cosiddetto “centrodestra”. Un fatto questo che ha del paradossale, se non fosse vero. Proviamo allora a cercare di capire quali sono le cause di questa stravagante situazione. Sono almeno tre i motivi che stanno alla base dell’affermazione di cui sopra. In primo luogo, c’è la sostanziale mancanza di cultura, in genere, e liberale nello specifico, tra coloro che si trovano a dirigere i mezzi d’informazione. Perlopiù, sia i direttori che i loro vice, quanto i capi delle redazioni, non sanno neppure - non lo immaginano proprio - che ad una determinata notizia si possano accompagnare commenti ed interpretazioni in chiave e/o prospettiva liberale. Esempio? Avete mai visto il telegiornale diretto da Mario Giordano (inguardabile, lo sconsigliamo) spiegare anche le ragioni, che ne so, di chi ritiene il protocollo di Kyoto una scelta inutile? E Giordano si fregia, si badi bene, di essere un liberale (non fatevi ingannare dai suoi libri!). Ancora: Emilio Fede, simpaticissima macchietta del piccolo schermo, s’è mai preoccupato di sentire qualche opinione liberista a proposito, che dire, di Alitalia? Neppure per sogno. Potremmo ovviamente continuare con gli esempi, citando casi e nomi di addetti ai lavori che verrebbe la voglia di qualificare come veri e propri “collaborazionisti” dello statalismo. In secondo luogo, c’è da ascrivere ai giornalisti un altro strutturale difetto: l’indolenza. Chi ha frequentato qualche redazione sa bene che svogliatezza, pigrizia, imprecisione ed approssimazione sono delle vere e proprie costanti del metodo di lavoro degli iscritti all’albo (da abolire al più presto!). Un vero e proprio cancro professionale, figlio del retaggio culturale del Sessantotto, che ha tramandato quanto di peggio dell’irresponsabilità generale di quella pessima stagione. Vittorio Feltri, in un editoriale su Libero del 13 marzo scorso, ha scritto che “le redazioni sono piene di idioti”. Puntuale! In terzo luogo, vanno evidenziate anche le colpe degli imprenditori dell’informazione. Ci sono troppi editori che preferiscono essere adulati dai loro sottoposti (i quali sono ben felici - legittimamente sia chiaro - di fungere da meri galoppini di veline politiche pur di intascare grassi assegni senza incorrere in problemi) che passare alla storia per aver incrinato il regime culturale esistente. Vi dice niente tale Silvio Berlusconi? Quante volte lo avete sentito da qualche tribuna forzitaliana - imprecare contro il comunismo, considerato il peggiore dei mali della storia? Tante, troppe, ma forse non abbastanza per capire, lui stesso in primis, che quell’odiato comunismo lo si combatte proprio attraverso la cultura e la sua divulgazione. Non è un caso che le sue aziende, quelle editoriali, abbiamo fatto ben poco per stravolgere il “minculpop” sinistrorso. Un dato: la “Silvio Berlusconi Editore” (un giocattolino che si è regalato il tycoon di Arcore) ha pubblicato la più bella edizione che mai sia stata stampata del “Manifesto” di Karl Marx. A voi il commento. In conclusione: non siamo qui per piangerci addosso, il nostro lavoro lo abbiamo sempre svolto nel pieno rispetto di quelle regole di mercato che tanto amiamo. Ciononostante, sperare che anche chi di liberalismo parla disinvoltamente possa diventare un pizzico più sensibile alle argomentazioni libertarie deve essere più che una speranza. Impegnarsi in operazioni di “entratura” in quel mondo mediatico a noi abbastanza vicino, contiguo insomma, rimane un dovere assoluto. Val la pena provarci in continuazione. Nonostante i muri di gomma.
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