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“Chiunque di noi sparasse fumogeni in una via del centro, sarebbe subito circondato dai passanti e arrestato: allo stadio rimane impunito e diventa pure un personaggio. Se un’azienda evadesse abitualmente il fisco, verrebbe additata al «pubblico ludibrio», per parlare la lingua del sommo Brera. Quando lo fa un presidente di calcio, i tifosi lo applaudono e il primo ministro (presidente di calcio pure lui) giustifica lo scippo allo Stato con motivi di ordine pubblico. E cosa direste di uno studente che pensasse solo a copiare, accusando i vicini di banco? La stragrande maggioranza dei calciatori simula e poi si agita contro l’arbitro perché non ha visto la simulazione altrui: eppure sono loro i modelli di riferimento, i nuovi eroi delle pubblicità. Se un giornalista insultasse il Nord o il Sud in una tribuna politica, rischierebbe la denuncia. Facendolo da Biscardi, sbanca l’Auditel. Quando un imprenditore riceve richieste sistematiche di pizzo da un gruppo di malviventi, in molte regioni d’Italia si rivolge ancora alla polizia. Ma appena le riceve da una frangia di sostenitori della sua squadra, baratta la pace sociale con biglietti omaggio e concessioni economiche: e dopo la decisione di interrompere le partite al primo petardo, il prezzo del ricatto salirà ancora”. Seppur non condivisibili appieno (a noi che lo Stato venga frodato ci interessa relativamente), le parole di Massimo Gramellini riservate al patinato mondo calcistico riportate su “la Stampa” del 14 aprile scorso centrano il problema, attualissimo e che, ancora una volta, ha trasformato l’estate pallonara appena trascorsa in roba da tribunali, Tar e Consigli di Stato. Dicevamo: fatte salve le parole di Gramellini, al riguardo ci preme sottolineare un’altra vicenda che riguarda la mancanza totale di quell’etica del mercato che il calcio dovrebbe per essere credibile come lo sono gli sport professionistici americani quantomeno prediligere. Invece, se il presidente del Genoa viene pescato con le mani nella marmellata e usa 250.000 euro in contanti per comprarsi una partita che vale la serie A (ben 95 intercettazioni telefoniche hanno dimostrato che tra Preziosi e Dal Cin general manager del Venezia c’è stata la combine) la combriccola di curvaioli sfegatati preferisce incendiare cassonetti e mettere sottosopra una città, anziché deprecare le azioni del dirigente mariuolo. Imitando, del resto, quanto hanno fatto in precedenza i colleghi del Messina o quelli di altre squadre italiane. Ora per essere chiari e intellettualmente onesti fino in fondo va detto che la giustizia italiana è tutto tranne che giusta (non scopriamo ora che chi detiene il monopolio in questo settore è tutt’altro che equo, no?). I togati (o in loro vece il governo, o qualche altro organo sportivo), infatti, emettono sentenze diverse anche quando la casistica vorrebbe si usassero due soli pesi e due sole misure. Ergo, se alla Lazio S.S. vengono concessi 23 anni per pagare i debiti pregressi (evitandone il fallimento e la retrocessione tra i dilettanti) non si capisce perché mai il glorioso Torino non dovrebbe godere dello stesso trattamento. Comunque, il punto che ci teniamo a sottolineare è un altro. E’ mai possibile che un gruppo di persone (i tifosi e non solo quelli più accaniti) sia capace di reazioni così veementi per difendere la propria squadra del cuore e al contrario non proferisce parola quando lo Stato, quotidianamente, li deruba della metà di quel che producono e inventa nuove tasse per mantenere la sua macchina infernale? Oppure quando milioni di parassiti i dipendenti pubblici vivono alle loro spalle? Oppure ancora quando il governo limita loro le libertà individuali per strane ragioni, mai ben chiarite di sicurezza e di Stato? Le varie brigate del secondo anello, insomma, si trasformano in “ribelli” e “resistenti” per difendere una bandiera sportiva, ciò che essi considerano un ideale. Ma non sono altro che sudditi non pensanti quando si trovano di fronte ad un potere pubblico della salvezza della squadra che li taglieggia, li sfrutta, li monopolizza, li tartassa, li reprime e non di rado li accoppa (anzi, non li turba affatto che il Comune di Torino o quello di Genova si facciano in quattro per salvare economicamente le società in disgrazia! Un fatto che a noi pare vergognoso). Come ha scritto Randolph Bourne “quando abbiamo raggiunto l’età della ragionevolezza per esercitare la nostra influenza nel ridefinire le istituzioni sociali, la maggior parte di noi è stata plasmata a tal punto da perdere la consapevolezza del proprio ruolo di uomo libero”. Purtroppo, i fanatici della pedata sono la quintessenza della “appassionata inerzia” dei rimbecilliti di Stato. E per inciso, il calcio è lo specchia della società italiana.
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