Burocrati e parassiti secondo Max Nordau
Max Nordau, aldilà di una piccola schiera di cultori in Israele e negli U.S.A., è ormai personaggio affatto sconosciuto. In Italia, a parte una traduzione di alcuni suoi scritti, a cura di A. Cavaglion (1999), la grande ondata di scoperte e riscoperte di autori mitteleuropei, tra Otto e Novecento, lo aveva lasciato da parte: anche perché, da Magris a Cacciari, a tutte le produzioni adelphiane, si trattava di una riscoperta connotata ideologicamente, e Max Nordau certo non è assimilabile né ai decadenti nichilisti, né ai protomarxisti di ogni genere infausto e ignobile specie. Ché anzi, abbiamo di fronte un pensatore che si potrebbe qualificare, in parte, come liberale classico, e proficuamente comparare anche se fu soprattutto un dilettante, in ogni disciplina che coltivò, e ben poco sapeva d’economia con la prima generazione della Scuola Austriaca, che del resto negli anni di Nordau dava i primi esiti teorici a Vienna. Max era di Pest, di famiglia povera, ed ebraica sefardita. Figura inquieta, nato nel 1849, dopo una rivoluzione, e morto nel 1923, quasi subito dopo un’altra; scrittore, giornalista, psichiatra a Parigi, cosmopolita, ferocemente antistatalista, eppur legato ad un progetto sionistico, ancora incerto questo tra ideali comunitari, e modelli statalistici. Figlio della cultura ebraica dell’Europa orientale, forse Nordau aveva in mente un modello comunitario, per il nuovo Stato di Israele, in qualche modo più vicino a quello dello shtlel che non dei modelli di Stato che aveva dinnanzi agli occhi. E che attaccava con decisione e ricchezza di argomenti. Come dimostra questa preziosa antologia, di due scritti rispettivamente del 1883 e del 1909, curata da Alessandro Vitale (Max Nordau, Burocrati e parassiti, Facco editori, 2006, pp. 119, € 10). Nella sua ampia prefazione Vitale traccia non solo una biografia del personaggio, ma un vero e proprio profilo del liberalismo classico, e del modo in cui uno scrittore eccentrico, ormai ricordato soprattutto per i suoi racconti, di larga circolazione in Israele, uno degli pionieri del Sionismo, può essere assimilato ai maggiori autori della scuola liberale classica. Nordau attacca la burocratizzazione della vita di tutti i giorni, e l’assenza palese di libertà che ne consegue, soprattutto per chi non fa parte della cerchia di privilegiati detentori del potere. Mostra bene come sedicenti democrazie abbiano gli stessi connotati, antiliberali e antiindividualistici, delle dittature. Come il loro fine ultimo sia di trasformare l’individuo in “automa”, e come la perdita della propria libertà sia peggiore di quella della perdita della propria ombra, come Peter Schlemihl. Ovunque, si pensi solo all’idea di “automa”, al Golem praghese, vi sono echi di una grande cultura annichilita dal Nazismo, quella dell’ebraismo centro-europeo. Ma Nordau, che scrive queste parole nel 1883, in realtà sta appena assistendo a quel mostruoso rafforzamento degli apparati fiscali europei che statalizza mostruosamente un continente intiero, da Sedan a Sarajevo. La leva obbligatoria, che poi porterà al massacro su scala industriale della prima guerra mondiale; l’accrescersi abnorme della pressione fiscale: “il fiscalismo è sfruttamento del popolo elevato a sistema, per spremere le maggiori somme possibili, senza preoccuparsi (…) delle conseguenze che subirà il cittadino”; il rigido sistema anagrafico di controllo e classificazione del “cittadino”, deprivato di ogni tratto individuale. Già nel 1898 denunciava, inascoltato, la possibilità che si verificasse presto un “massacre général des Juifs dans le mond entier”. Percepì bene e per questo la sua opera attirò l’attenzione di G. L. Mosse i rischi dell’antisemitismo, nella misura in cui erano connessi al poderoso rafforzamento dello Stato nazionale. Si ribellava alla coeva “a-valutatività” di Weber: esprimeva giudizi morali, eccome, ben comprendendo come la neutralità weberiana fosse un silenzio-assenso, e una sottoscrizione (si pensi solo a La politica come professione/vocazione [Beruf] di Weber) alle nuove logiche statalistiche. Ma non era un accademico e la sua opera troppo spesso venne ignorata, in un momento storico in cui solo barbuti cattedratici erano presi sul serio ma alla fine le sue opere vennero tradotte in diciotto lingue. Fu straordinario anticipatore di tematiche oggi care al pensiero libertario maturo. Vide bene come in Australia e nel Far West vi fossero sistemi spontanei di difesa della proprietà e degli individui assai più efficaci rispetto a quelli degli Stati europei. Intuì il brivido, potenzialmente esiziale, per l’uomo che si liberasse d’improvviso del proprio servaggio reale e psicologico nei confronti dello Stato: “Se si abolissero nove decimi delle leggi, dei regolamenti, degli uffici, delle autorità, degli atti e protocolli che oggi sono in vigore (…) ogni individuo continuerebbe a trarre dai suoi diritti tutti i vantaggi veri che dà la civiltà (…) e avrebbe al contempo il beneficio della sua libertà d’azione; sentirebbe e godrebbe il proprio Io con gioia intensa, cosa della quale oggi non ha neppure idea, perché per lui è diventato naturale il sistema generale dei legami. Questa libertà forse, nei primi momenti gli ispirerebbe inquietudine e paura, come accade all’uccello allevato in gabbia quando gli viene aperta: per poter vincere lo spazio ha bisogno dapprima di imparare a spiegare pienamente le ali.” Nordau scrive nei tempi in cui, oltre agli iniziatori della Scuola di Vienna, sociologi come Oppenheimer anch’egli peraltro ebreo denunziavano i “mezzi politici” di acquisizione della ricchezza, come disonesti, e contrapposti a quelli “economici”. Der Staat, nella sua prima edizione, è del 1907. Ma una riconsiderazione di questo autore deve anche includere aspetti diversi rispetto a quelli qui esaminati, l’antistatalismo e l’attacco alla burocratizzazione dell’esistenza. Nordau era ossessionato dall’idea di rimuovere quanti più ebrei possibili da un’Europa che si faceva sempre più minacciosa. Il suo rapporto contrastato con Herzl, la sua idea di portare mezzo milione di ebrei in Palestina già nel 1920, e, en faute de mieux, di trasferirne un buon numero in Uganda, il Nachtasyl, il “rifugio notturno”, secondo le sue stesse parole, opportunità concreta, sono temi di estremo interesse. Se la via di fuga ugandese fosse stata accolta nel VI Congresso Sionistico, quante vite si sarebbero risparmiate? Di gran fascino, e coperte ormai di oblio, sono le sue prose di viaggio, da Parigi, dal sud della Spagna, i suoi viaggi europei raccolti in Vom Kreml zur Alhambra (1880), e in generale le sue opere di argomento francese. Oscurato da Nietzsche e da Freud, figure per cui, ricambiato, non aveva simpatia alcuna, Nordau attende una riscoperta. Salutare dunque ci pare concludere con una sua citazione:”Troppo spesso lo scopo verso il quale devono convergere gli scopi della collettività viene determinato dal capriccio di poche persone e dall’interesse egoistico di una piccolissima minoranza”.
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