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Oggi un film come Pulp fiction, in cui schizzano cervelli umani, viene considerato uno spasso geniale, mentre uno splatter di balene e foche sarebbe ritenuto una brutalità impensabile. Oppure un produttore di costosissime mele biologiche piene di parassiti suscita gran stima, mentre una catena di fast food che nutre e soddisfa milioni di consumatori è circondata da disapprovazione. Una donna che abortisce viene vista come moderna ed emancipata, ma se la stessa abbandona un cane in autostrada merita la massima severità. Questi giudizi perversi dei nostri tempi sarebbero inspiegabili senza risalire al notevole ascendente che, negli ultimi trent’anni, si è guadagnato il movimento ambientalista. Di assurdità della nostra epoca ce ne sono diverse altre, sia chiaro: vi sono intellettuali che hanno aderito al comunismo, la filosofia che ha causato più crimini nella storia, che ancora insegnano nelle università, ricoprono le più alte cariche dello Stato e godono di prestigio. Ma non meno grave è il fatto che pochi si rendano conto della violenza insita nella dottrina ecologista. Il fondamentale testo “Eco-imperialismo - Potere verde morte nera” di Paul Driessen, tradotto e curato da Guglielmo Piombini, pubblicato grazie a Liberibri, mette in luce il contrasto insanabile tra l’obiettivo di preservare la natura incontaminata e il rispetto della vita umana. È sufficiente leggere il capitolo cinque del volume per scoprire, ad esempio, cosa ha comportato il bando alla produzione del Ddt del 1972, voluto per proteggere talune specie animali, da parte dell’autorità dell’Environmantal Protection Agency. Il divieto ha causato una proliferazione della zanzara anofele e quindi l’insorgenza di nuove epidemie di malaria a causa delle quali, dagli anni settanta ad oggi, soprattutto nell’Africa Sub Sahariana, sono morti tra i brividi della febbre circa cinquanta milioni di persone (avete letto bene, cinquanta milioni), per metà bambini. Un altro caso di eco-imperialismo, da parte dell’establishment ecologista occidentale nei confronti di altre parti del mondo, riguarda i tabù imposti alle colture geneticamente modificate. Driessen documenta come, in alcuni paesi assai poveri, a causa di una dieta a base solo di farina di riso, carente di vitamina A, centinaia di migliaia di giovani perdono la vista e non riescono a raggiungere un corretto sviluppo cerebrale. Il Goldenrice, una specie di riso biotech, arricchito con beta-carotene, potrebbe ridurre notevolmente tali sofferenze senza costi aggiuntivi (tra l’altro, il suo inventore ha generosamente rinunciato al brevetto). Si resta allora senza parole davanti alle criminali opposizioni legali a questa meravigliosa scoperta, secondo le quali il Goldenrice non sarebbe un alimento sufficientemente sicuro. L’autore, Driessen, è un ambientalista pentito che denuncia con coraggio il cinismo dei verdi più radicali; ma, approfondendo la riflessione, egli scopre le ragioni per le quali temere maggiormente quelli moderati. Sono questi ultimi ormai introdotti nel ceto politico che, infatti, concretamente, portano all’approvazione regolamenti tanto pericolosi. Mentre un eccentrico sostenitore della deep ecology, quale David Graber, che inneggia all’estinzione dell’essere umano attraverso virus letali, difficilmente può diventare Ministro dell’ambiente, i più gravi danni li causano i “ragionevoli” e democratici uomini di Stato che, ad esempio, ratificano il protocollo di Kyoto: un trattato internazionale che, razionando pesantemente l’energia, rischia di condannare molti paesi del Terzo mondo ad una perenne povertà (senza modificare granché il clima terrestre). Forse una manchevolezza che si può individuare in “Eco-imperialismo - Potere verde morte nera”, ma sapientemente compensata dall’introduzione di Guglielmo Piombini, autore dalle impeccabili credenziali liberali classiche e libertarie, è l’insufficiente critica ai governi in quanto tali. Il problema che l’umanità si trova ad affrontare, infatti, non è il colore del potere, sia esso verde, rosso o nero; il dramma è l’espansione del potere in sé. All’interno di un ordine liberale di governo limitato, basato sul rispetto della proprietà privata e su scambi di mercato, - spiega Piombini anche un Hitler sarebbe rimasto un modesto artista e Lenin un intellettuale frustrato. E tale dovrebbe restare pure il fanatico nemico dei consumi energetici. È solo quando le tendenze a ledere il prossimo raggiungono le leve del comando, diventando legislazione e costruzione statuale, che si trasformano in tragedie immense. La sola speranza per l’avvenire è creare ordini liberali che limitino al massimo il potere politico-coercitivo e promuovano invece le attitudini creative.
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