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L'esigenza sottolineata da Rothbard torna attuale oggi, nella situazione europea, a chiunque voglia proporsi di diffondere gli ideali della libertà. È importante comprendere, infatti, che un movimento politico libertario ha bisogno di avere ben chiara quale sia la sensibilità della gente comune e come essa, in molti casi, non sia affatto incompatibile con le proposte più radicali della teoria libertaria. Esiste insomma una sorta di common sense libertario su cui gli avversari dello Stato e della coercizione debbono fare leva, riuscendo a rendere chiare e consapevoli quelle aspirazioni al cambiamento che oggi molti sentono, ma non sanno compiutamente definire. Prendiamo in esame, ad esempio, la questione costituzionale che è al centro della filosofia politica anarchico-liberale. Non c'è il minimo dubbio che siano molti coloro che, senza sapersi libertari, sono pronti ad accogliere la proposta di un ordinamento sociale in cui ogni servizio venga offerto da imprese in concorrenza tra loro. Negli ultimi secoli lo Stato ha certamente operato una forte manipolazione delle coscienze, ma al tempo stesso ha suscitato molta irritazione in chi constata quotidianamente di essere un uomo libero ogni volta che si muove nell'ambito del mercato (comprando, vendendo, stipulando contratti, effettuando donazioni, ecc.) e di essere invece uno schiavo quando è costretto ad obbedire agli arbitri dei nuovi tiranni: uomini politici, burocrati, giudici, ecc. La consapevolezza di non essere lontani dalla sensibilità di tanta gente che non è libertaria (o che almeno non sa di esserlo) deve indurci allora ad adottare una strategia il più possibile rispettosa delle convinzioni e della sensibilità della maggioranza. Bisogna assolutamente evitare che la legittimità a disobbedire a leggi imposte sia confusa con il venir meno di ogni norma; che la difesa del diritto individuale ad acquistare e ad assumere sostanze venga intesa come simpatia per l'eroina o altre droghe; che la nostra battaglia in favore della massima libertà del settore creditizio venga intesa quale accondiscenza verso i metodi usati dagli strozzini; che la nostra ferma convinzione del diritto a difendere i nostri diritti sia confusa con una sorta di esaltata (e ingiustificata) negazione di ogni solidarietà spontanea e volontaria. Come è noto, quella dell'estremismo è una malattia infantile. E non bisogna stupirsi, allora, se un giovane movimento politico quale è quello degli ultrà del liberalismo mostri in qualche occasione di cadere in questo tranello. C'è infatti un estremismo libertario che, per semplicità, definiremo di sinistra il quale esalta ogni forma di sovversivismo ed elogia in modo indiscriminato ogni forma di marginalità. Ma c'è anche un estremismo di destra che invece non soltanto riconosce il diritto ad essere egoisti, ma perfino celebra ogni comportamento di questo genere e ogni visione cinica dei rapporti interpersonali. Ma per essere libertari non è necessario aderire a nessuno di questi orientamenti. I libertari, insomma, devono essere pienamente consapevoli che la loro contestazione dello Stato non ha in sé nulla di patologico o di eccessivo, perché patologico ed eccessivo - semmai - è lo Stato. A chi si stupisce del fatto che noi non vogliamo partecipare al marchingegno diabolico della coercizione e della violenza istituzionalizzata, ci basta rispondere che lo stupore è tutto nostro di fronte ad un'umanità abituata ad accettare tutto ciò senza provare la minima vergogna. È forse assurdo, da parte nostra, rifiutarsi di aggredire il prossimo (con la regolamentazione)? È da fanatici considerare immorali i furti (ovvero sia le tasse)? È sbagliato diffondere la notizia che solo in tempo di pace gli Stati, durante questo secolo, si sono resi responsabili della morte di circa 170 milioni di persone? Tutti coloro che
hanno mantenuto un minimo di moralità e di rispetto verso il prossimo
sono in condizione di capire quanto siano illegittimi gli apparati pubblici
e quanto sia ragionevole la prospettiva libertaria. Ma perché questo
avvenga è indispensabile che i libertari, o quanto meno alcuni di
loro, sappiano rivolgersi nel giusto modo ai propri interlocutori e sappiano
evitare inutili radicalismi. Che sappiano essere, insomma, anarchici di
centro.
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