Statolatria e dintorni
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Il girone di quelli
dalle mezzemaniche


Giorgio Bianco

Il grigiore della parigina rue Vaneau, l'edificio della Direzione Generale Donazioni e Lasciti aggiunge la nera tristezza di una facciata priva di rilievo e di una bandiera logora e stinta. 'Da lontano, dalla Direzione dei Culti, assomiglia a una scura crepa nei muri biancastri dei palazzi Capriciani e Lamazère-Saint-Gratien, che la fiancheggiano a destra e a sinistra. Da vicino, ha la penetrante malinconia delle cose, la grottesca tenerezza di una povera zitella senza seno e con la pelle color fango percorsa da screpolature. E dai vetri esigui, eternamente chiusi sul buio, diffonde la desolazione di una casa abbandonata o appena visitata da un improvviso attacco di colera".
Questo sinistro edificio è il teatro in cui si muovono i personaggi di Quelli dalle mezzemaniche (1893), il più importante romanzo di Georges de Courteline (1858-1929). Sebbene sia ricordato dalle storie letterarie soprattutto come autore di commedie di leggero umorismo e di grande successo di pubblico, Courteline si rivela proprio in queste pagine autore singolarmente profondo e attuale: lo dimostra proprio, in apertura del romanzo, la descrizione del palazzo della Direzione Donazioni e Lasciti, dai toni che lasciano presagire le ben più celebri ambientazioni kafkiane: "Senza saperne il perché, si indovina il vuoto immenso di quella caserma, la nonvita dei trenta mezzemaniche sprofondati nel suo vasto girone. Il silenzio sinistro di quegli uffici deserti e degli archivi rivestiti opprime: catacombe amministrative, a volte fredde come ghiacciaie, altre calde come stufe, dove dormono alla rinfusa, sotto la stessa coltre di polvere, cumuli di fascicoli ammucchiati, sedie sventrate, cartelle a brandelli ... Un sudiciume di materiale fuori uso, portato là a colpi di scopa da ogni angolo del palazzo, che finisce di marcire in pace in un'ultima promiscuità".
Totalmente e patentemente inutile, la Direzione Donazioni e Lasciti è però connaturata ad ogni palazzo ministeriale, e, nel denunciare al primo sguardo la propria inutilità, assurge a simbolo dell'inutilità della burocrazia stessa: "Spuria, bastarda, equivoca, con un'austerità da monastero che mitigherebbe la banalità di un magazzino di foraggi, è tipica di un Ministero come lo è una scuola parrocchiale per un liceo: trasuda la sua inutilità, la grida al passante che ne è già convinto!".
E' tra le mura di questo palazzo, simbolo dell'opprimente macchina dell'amministrazione statale, che, come si è detto, si muovono i suoi impiegatiingranaggi, personaggi ritratti a tinte forti, con ironia e talora con amaro sarcasmo, che si accompagnano però, dietro l'apparente leggerezza dello stile, a una penetrante introspettività. Lahrier, innanzitutto: giovanotto ozioso e perdigiorno, occupato soltanto dalle sue vicende sentimentali, e incline ad assentarsi spesso dal lavoro senza giustificazioni plausibili, assecondato dal lassismo dell'Amministrazione e dalla sua tolleranza "dovuta in parte a inerzia e ad abitudine".
In realtà, l'assenteismo di Lahrier finisce per attirargli le ire del capufficio La Hourmerie, che lo redarguisce aspramente con una predica che culmina nella celebrazione della sacralità dell'amministrazione pubblica: "Flagellò la disonestà, 'certamente, la disonestà, insisto sulla parola!' di impiegati dilettanti che sacrificavano alla loro colpevole negligenza la dignità degli incarichi, tanto da gettare nel pubblico discredito e nel sarcastico disprezzo l'antico prestigio delle amministrazioni statali! Si intenerì a esaltare la Direzione Donazioni e Lasciti, la grande bontà del Direttore, le tradizioni che facevano degli impiegati una famiglia!".
Parole che incarnano in pieno quella che Ludwig Von Mises, riferendosi ai filosofi tedeschi, avrebbe definito statolatria, ovvero l'ideologia con cui lo Stato, complice l'operato di intellettuali servili, legittima l'oppressione che esercita sui cittadini: "C'è stata una confusione intenzionale – scriveva Von Mises in Burocrazia – da parte dei metafisici tedeschi della statolatria. Costoro circondavano tutti gli uomini al servizio dello Stato con l'aureola di tale altruistica abnegazione. Dagli scritti degli statalisti tedeschi il funzionario appare come un santo, una specie di monaco che rinuncia a tutti i piaceri mondani e a tutta la felicità personale per servire, come meglio può, il luogotenente di Dio, un tempo gli Hoehnzollern e oggi il Fuhrer".
Del resto, è proprio Lahrier, nell'imitazione di La Hourmerie in cui si esibisce di fronte alla fidanzata Gabrielle, a irridere in lui il celebratore del presunto spirito di sacrificio e di abnegazione del burocrate: "E' sempre con rinnovato piacere, come diceva re Luigi Filippo, che vedo radunata attorno a me questa selezione di intelligenze... Occhiata a Gabrielle. ...? di abnegazioni e devozioni con cui definisco e rappresento con una sola parola il personale della Direzione Donazioni e Lasciti. Fino a che punto sarei ingrato se oggi non vi rendessi il chiaro omaggio che vi devo? Se non riconoscessi in modo palese la parte di collaborazione di cui vi sono debitore nello svolgimento del compito, difficile e delicato, che il Capo dello Stato ha affidato alla mia modesta iniziativa?".
Il culto statolatrico di La Hourmerie, sbertucciato da Lehrier, finisce per rivelare tutta la propria inconsistenza di fronte alla realtà della macchina burocratica: dopo essere venuto a sapere che il giovane impiegato assenteista ha anche fatto l'amore con Gabrielle sul posto di lavoro, il solerte capufficio si rivolge al direttore M. Nègre invocandone il licenziamento, ma si scontra con un deciso diniego: "Dovrei metterlo alla porta perché un giorno, in ufficio, ha baciato una donna che forse era sua sorella?".
Quando poi cerca di far leva sul fatto che il giovane Lehrier è anche uso scaricare parte del proprio lavoro sui colleghi, Nègre gli contrappone una replica che è un autentico capolavoro sofistico: "Ah! Questo lo rende il più prezioso degli impiegati!... Come, non capisce? Le sfugge l'evidenza che quanto più è attaccato al suo posto e quanto minore è il lavoro che deve compiere, tanto più farà per mantenerlo per il solo motivo che fa di tutto per perderlo?... che l'eccesso dei suoi torti ci garantisce miracoli per restarne impunito e che, più cercherà di non svolgere i propri compiti, più energia metterà nello scaricarli sugli altri stimolando la loro lena?".
La verità è che l'assenteista e scansafatiche Lehrier non sarà mai licenziato, per il motivo, ben noto a tutti i lettori di Von Mises, che la gestione del personale nella burocrazia statale risponde a logiche ben diverse rispetto all'impresa privata. Mentre in quest'ultima, proprio in quanto orientata al profitto, la prova dell'utilità dei servizi resi si ha quando un numero sufficiente di individui è disposto a pagare il prezzo richiesto per essi, nell'impresa pubblica, venendo meno il riferimento ai profitti, il comportamento del pubblico non offre più un criterio della sua utilità. Questo rende possibile non solo l'esistenza di enti totalmente inutili come la Direzione Donazioni e Lasciti, ma anche la permanenza al loro posto di impiegati nullafacenti come Lehrier, o addirittura dannosi, come il suo collega Van der Hogen, che "aveva passato tutti e otto gli uffici della Direzione senza che nessuno fosse riuscito a ottenere qualcosa di diverso da un'attività disordinata e sconclusionata, un senso del nonsenso e della devastazione che gli consentiva di rigirare come un guanto e di rendere inestricabile, dall'oggi al domani, un'organizzazione cementata da lunghi anni di routine".
Tutto ciò è possibile soltanto perché, e nella misura in cui, l'amministrazione statale è estranea ai meccanismi del mercato e del profitto: "un burocrate – scrive Von Mises – differisce da un non-burocrate precisamente perché egli opera in un campo dove è impossibile valutare il risultato dello sforzo di un individuo in termini di denaro".
A dimostrarsi pienamente consapevole della totale inutilità dell'attività della Direzione è, ancora una volta, proprio Lehrier, che, di fronte a un'incredula Gabrielle, anch'essa indottrinata al catechismo dell'"importante ruolo delle grandi amministrazioni e la selezione delle intelligenze chiamate a rappresentarle", descrive così il funzionamento della macchina burocratica: "Alcuni, i corrispondenti, scrivono lettere che non significano alcunché e altri, gli addetti di segreteria, le ricopiano. A questo punto entrano in scena i commessi d'ordine che timbrano in blu i documenti dell'incartamento, registrano le copie e spediscono il tutto a persone che non ne leggono una parola. Ecco tutto. Il personale degli uffici costa centinaia di milioni allo Stato". "Per non far niente" constatò Gabrielle. "Per non far niente. E tutto ciò ha il vantaggio di intralciare il cammino di questioni che altrimenti si risolverebbero da sole".
Su questo sfondo si svolge la vita, o meglio, come dice Courteline, la non-vita degli altri personaggi del romanzo: il vecchio Soupe, su cui Lehrier sfoga le proprie frustrazioni, il subdolo e arrivista Chavarax, il patetico Sainthomme, il quale ad un aumento di stipendio che risolleverebbe la sua famiglia dalla miseria, antepone l'incredibile smania di ottenere la croce di cavaliere della Legion d'Onore. E poi, il vecchio conservatore del museo di Vanneen-Bresse, che, per cercare un funzionario che si occupa di una sua pratica, è costretto a vagare nel labirinto del palazzo, in una sequenza, dal sapore kafkiano ante litteram, in cui il grottesco si mescola all'angoscioso, e dà vita alla rappresentazione dell'incubo dell'individuo perduto e impotente di fronte al gigante burocratico.
E ancora, il folle Letondu, che, nella solitudine del suo ufficio, si lancia in monologhi in cui "un caos di aspra misantropia" e "una disordinata ammirazione per l'antichità" si mescolano a celebrazioni del culto del burocrate che riecheggiano, in chiave delirante, le tirate di La Hourmerie: "Un'inchiesta! Un'inchiesta! La rivelazione delle terribili atrocità che insudiciano le fondamenta di questa casa è necessaria per la salvezza della Cosa Pubblica! Fatti!... Nomi!... Sì, nomi!... Più nomi che fatti, forse!!! O meno; che importa?... Gettati come tanti schiaffi sulla faccia di un universo costernato per sempre: ecco ciò che serve! In alto i cuori! In alto gli spiriti! A me gli uomini di buona volontà e di generosa iniziativa!... Un'inchiesta! Un'inchiesta! Un'inchiesta!"
Alla fine, sarà proprio Letondu, in un raptus omicida, a uccidere La Hourmerie, officiante del culto statolatrico del burocrate. Celebrato il funerale, gli 8.000 franchi resi disponibili dalla morte del capufficio consentono un aumento generale per tutto il personale, e, nell'occasione, il disastroso Van der Hogen, "decano dell'organizzazione", viene insignito della Legion d'Onore.
Anche Sainthomme, messo di fronte alla possibilità di scegliere fra trecento franchi e il nastro da Cavaliere messo disposizione dal Direttore delle Belle Arti, non ha esitazioni, e si stringe l'unto risvolto della giacca immaginando i passanti che, al vederlo, si domandano: "chi è quel distinto signore con la Palma Accademica?". E Letondu rimane al proprio posto, incarnazione e simbolo del vero volto, incomprensibile, assurdo e violento, della burocrazia.