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La stupidità dello Stato, ormai, non conosce più confini. Determinato ad invadere ogni ambito e ad insinuarsi in ogni aspetto della nostra esistenza, ora è giunto a pretendere che perfino le ostie che vengono utilizzate nelle chiese per il sacramento della transustanziazione (grazie al quale un pezzo di pane diviene il corpo di Cristo) dovranno sottostare alle norme fissate dalla legge 283 che disciplina la vendita dei prodotti alimentari. Il che significa che i sacri azzimi dovranno essere chiusi in buste sterili, con un'etichetta su cui deve essere riportato il nome della ditta, la data e il luogo di produzione e la classica dicitura ("da consumarsi entro..."). Si potrebbe liquidare tutto ciò sottolineando l'insensibilità e la piccolezza di tanti legislatori e funzionari. Ma questo sarebbe un modo superficiale di considerare la questione. Dobbiamo piuttosto comprendere, infatti, che le istituzioni pubbliche sono per loro natura ferocemente avverse alle fedi e alle comunità religiose: che tollerano, blandiscono e finanziano solo e se si adeguano alla logica statale. Per la burocrazia ministeriale, insomma, ogni aspetto della realtà deve sottostare al proprio controllo e questo perché è lo Stato è un monopolio che tutto vuole regolare e in qualche uniformare. Ciò che si mangia, quindi, deve sottostare alla legge 283: e poco importa se questo significa ridurre al rango di semplice bene di consumo quel pane che ancora oggi alcuni milioni di nostri simili ritengono essere il corpo del Signore. Per la logica statalista che pervade sempre più la vita in quest'epoca dominata dal Leviatano, anche il Dio della Bibbia deve esibire i propri ingredienti e riportare la data di scadenza. Davanti a tutto ciò sorprende rilevare come la cultura statalista di destra e di sinistra continui ad accusare il libero mercato di operare quella "scomparsa del sacro" e quella "banalizzazione dell'esistenza" che, al contrario, proprio lo Stato e i suoi adepti perseguono con tanta determinazione. Uno dei principali intellettuali del Novecento, Max Weber, ha correttamente parlato del nostro tempo come di un'epoca nella quale "politici" ed "esperti" si ritengono legittimati ad intervenire ovunque in nome della razionalizzazione burocratica. Ma un'altra indicazione interessante viene da un allievo di Weber, Carl Schmitt, il quale ha visto nelle istituzioni politiche una sorta di mimesi della religione. Lo Stato si è affermato sulla base di quella teoria della sovranità che, da tanti punti di vista, trasferisce nel campo politico il primato incontestato che la teologia assegnava alla divinità. Dobbiamo comprendere, allora, che il mostro statale dispone dei nostri soldi e delle nostre libertà in quanto si ritiene legittimato a ledere in ogni modo la nostra libertà. Anche mettendo le mani su quello che per i credenti è il corpo di Cristo. Nel momento in cui non riconosce che vi sia nulla davvero al di sopra di sé e del proprio potere, lo Stato finisce per asservire alla propria logica ogni altra religione "concorrente". L'anno scorso scoprimmo che molti conventi avevano chiuso le loro piccole attività a causa delle leggi-capestro sull'artigianato e sull'obbligo dei registratori di cassa; ora siamo informati che nel mezzo di una celebrazione eucaristica i fedeli di una qualunque parrocchia potrebbero assistere ad un'operazione condotta dai Nuclei Antisofisticazione (Nas) dei carabinieri. Ma lo Stato ha sempre agito in questa maniera: obbligando i sudditi ad adottare la religione del principe, distruggendo le chiese durante il triennio giacobino, confiscando i beni ecclesiastici all'indomani del Risorgimento e progressivamente marginalizzando gli istituti scolastici di orientamento religioso durante quella che in Italia (con un coraggio da leoni) fu chiamata l'età liberale... In effetti, lo Stato è disposto a convivere, e a stipulare ogni sorta di concordato, soltanto con quei credenti e con quelle istituzioni religiose che giustificano l'aggressione fiscale e legislativa. La religione cattolica piace da morire agli statalisti di ogni tendenza quando enfatizza l'esigenza di una solidarietà pubblica che cancelli le disuguaglianze, che preservi l'unità nazionale, tuteli le tradizioni o dia un ruolo sempre maggiore alla collettività in cui (volenti o nolenti) siamo inseriti. Il cattolicesimo viene costantemente usato dai fautori dello Stato, laici e non laici, se serve a dare un rilievo sempre maggiore all'azione programmatoria e pianificatrice esercitata dal potere. Esso piace quando, dimenticata ogni lezione di Lord Acton o don Luigi Sturzo, viene operata una confusa commistione tra la responsabilità individuale verso il prossimo e quell'orribile solidarismo di Stato che sta corrompendo la stessa dottrina morale della Chiesa, attribuendo alle élites politiche e ai funzionari pubblici un potere tanto violento quanto illegittimo. Lo Stato, come insegna l'episodio delle ostie, è poi del tutto incapace di tollerare quanto vi è di irriducibile nella dimensione religiosa e, in particolare, nella liturgia. Basta ricordare quanto avvenne qualche anno fa nel Canavese, dove una comunità New Age è stata in vario modo combattuta dalle istituzioni per aver costruito un tempio sotterraneo di circa 4.000 metri cubi. Tale "emittente planetaria", così è stata battezzata dai membri di questo gruppo, non era in linea con le norme urbanistiche fissate dallo Stato, che ha quindi creato un'infinità di problemi a persone che sono sempre vissute tranquillamente senza rompere le scatole a nessuno. E la cui unica (e gravissima) colpa è stata quella di ignorare lo Stato, i suoi dogmi e i suoi fedeli sacerdoti. Giorgio Mor
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