L'opinione pubblica
che non ci piace

Leonardo Facco

Scriveva von Mises in "Planning for Freedom", nel 1952: «Il principale errore ispirato dal pessimismo diffuso è la convinzione che le idee e le politiche distruttive della nostra epoca abbiano origine dai proletari e siano una "rivolta delle masse". In realtà le masse seguono i leader, proprio perché non sono creative e non sviluppano proprie filosofie. Le ideologie che produssero tutti i danni e le catastrofi del nostro secolo non sono opera della plebaglia. Esse sono imprese di pseudo-studiosi e pseudo-intellettuali. Furono propagate dalle cattedre universitarie e dai pulpiti; furono disseminate dalla stampa, dai romanzi, dalle commedie, dal cinema e dalla radio. Gli intellettuali sono responsabili della conversione delle masse al socialismo e all'interventismo. Per invertire la corrente, occorre cambiare la mentalità degli intellettuali. Allora le masse faranno altrettanto».
Se von Mises abitasse l'Italia di oggi, avrebbe, scomodando Luigi Einaudi, intitolato le parole di cui sopra "Prediche inutili". Già, perché se nel resto del mondo occidentale, ma non solo, qualche sana idea liberale è stata divulgata con un certo impegno, ed i frutti si cominciano a raccogliere da tempo, in questo paese ci accorgiamo che tutto ciò che gravita intorno alla cultura, agli intellettuali per dirla con le parole del grande austriaco, è maledettamente socialisteggiante. Lo sono le cattedre universitarie, infestate da baroni fancazzisti e collettivisti, che non scollano le terga dalle università di Stato. Lo sono il novanta per cento degli insegnanti delle scuole superiori, capaci unicamente di forgiare una massa di studenti perlopiù inetti a ragionare da individui liberi. Lo sono i giornali, infarciti di marmaglia comunista, rafforzati dall'egemonia del sindacato unico e dall'ordine di categoria. Lo sono le istituzioni culturali nazionali (le fondazioni) e quelle territoriali, (gli enti di varia natura insomma) organizzatissime nello spillare soldi pubblici per le loro attività maledettamente sinistrorse.
Suvvia, ma quanto sei pessimista, mi si dirà. Nient'affatto, sono realista, più realista del re. Quando, da uomo di comunicazione, ma ancor più da libertario, mi guardo attorno rimango basito. Non nutro grandi speranze, è vero.
Per cambiare, e schiodare dai loro scranni, la pattuglia di educatori di Stato non basta più augurarsi di riuscire a "cambiare la mentalità". No. Restano solo due drastiche soluzioni: l'abolizione del valore legale del titolo di studio e la massima concorrenza fra le istituzioni scolastiche, di ogni genere e grado. Così come, per cambiare la testa dei giornalisti urge abolire l'ordine, liberalizzare la contrattazione ed eliminare le sovvenzioni all'editoria: per dirla con Massimo Fini "licenziarli servirà a creare nuovi posti di lavoro". Ma se c'è una cosa che ancor più mi avvilisce è osservare il lavoro di tutte quelle testate che gravitano in quell'area definita di "centrodestra" (non ce la faccio proprio, nemmeno eufemisticamente, a chiamarla liberale). E' proprio leggendo "Il Foglio", "Il Giornale", "Libero", "Il Tempo", "Quotidiano nazionale" che mi accorgo di come il buon Mises non abbia azzeccato nulla di cosa sarebbe accaduto all'Italia. Ho citato dei quotidiani, ma la stessa cosa varrebbe se parlassi dei Tg, da "Studio Aperto" al "Tg5", dal berlusconissimo "Tg4" ai telegiornali "minori" come quello di "Telelombardia", dove i direttori si professano di fede liberale. Ma dove? Ma quando? La realtà è che per far passare un"idea liberale da quelle parti urge trasformarsi in Mandrake, il mago. Figuratevi, poi, se si trattasse di dar vita ad un serio progetto culturale. Meglio, molto meglio i Taricone! E forse, anzi sicuramente, hanno ragione loro. Quelli come noi, Enclave e dintorni per intenderci, sarebbero più trendy se mettessero in copertina qualche Marina La Rosa biotta. Oppure, se decidessero di chiedere qualche contributo statale. No, chissenefrega. Alla nostra libertà ci teniamo troppo.
E come diceva Bruno Leoni, in fondo "l'opinione pubblica non è tutto".