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In Italia, come del resto in altre parti d'Europa, c'è una gran voglia di censura: ne è stata una dimostrazione l'assurda vicenda dei testi pubblicitari de L'Uomo Qualunque rifiutati dalla RAI. Il dramma vero, però, è che non si tratta di un episodio isolato, che quindi potrebbe essere considerato un semplice, seppur grave e riprovevole, boicottaggio ai danni della testata diretta da Lucio Lami: si pensi ad esempio al film Totò che visse due volte, anch'esso vietato, per non andare lontano nel tempo. Questi due fatti forniscono lo spunto per affrontare un'altra questione realmente delicata e carica di implicazioni: la guerra che si è ultimamente scatenata relativamente alla "regolamentazione" (parola che, tradotta dal linguaggio politically correct, significa "censura" o, più propriamente, "colonizzazione") dell'unico spazio di vera libertà oggi (ancora) esistente: Internet. Le posizioni al riguardo, semplificando,
sono essenzialmente due: da un lato quella libertaria e individualista,
volta a mettere in evidenza che "the Net" fornisce a chiunque la possibilità
di esprimersi su qualunque argomento e, soprattutto, senza filtri governativi;
dall'altro quella statalista e collettivista secondo cui senza una corretta
gestione è quasi certo un "abuso di libertà" da parte degli
uomini (che naturalmente sono brutti, cattivi ed egoisti). Il fulcro della
questione, quindi, sta nella posizione filosofica che ognuno può
assumere relativamente al concetto stesso di "libertà". Secondo
gli uni, infatti, la libertà è una condizione essenzialmente
e squisitamente individuale, e consiste principalmente nell'assenza di
coercizione: è libero, quindi, chiunque sia nella condizione di
agire e comportarsi come meglio crede, con l'unico vincolo di non negare
agli altri lo stesso diritto. Secondo gli altri, invece, a essere liberi
non sono i singoli, ma piuttosto le comunità: bisogna pertanto vietare
(parola chiave, questa, del pensiero statalista) tutti quegli atteggiamenti
che possono portare a uno scadimento, morale o materiale, della collettività,
o che comunque la mettono in pericolo. Questo spiega, tra l'altro, perché
costoro, a differenza dei libertari, sono favorevoli a politiche protezionistiche
e alla condanna dei "victimless crimes".
Marco Freddi
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