Al Leviatano non piace l'autogoverno
di Alessandro Storti
Fin dai suoi esordi, il progetto di unificazione istituzionale europea è stato spacciato come costruzione federalista. In molti casi, soprattutto a livello comunicativo, si è fatto ricorso alla suggestiva formula di "Stati Uniti d'Europa", per dare l'idea che nella costruzione comunitaria albergasse intimamente lo spirito del federalismo per antonomasia: quello americano.
Va subito detto che parecchi sospetti sulla sincerità di questi propositi sono nati, spontaneamente, di fronte alla ferrea opposizione degli Stati nazionali a decostruirsi - o almeno a disarticolarsi - al proprio interno, cominciando a divenire essi stessi autenticamente federali, in presenza di popolazioni tanto vaste e, spesso, di vere e proprie differenti comunità nazionali, sia in senso tradizionale che rothbardiano (per quel che riguarda il contesto cosiddetto italiano, ad esempio, nonostante l'inno di Mameli risuoni molto più di prima negli ultimi tempi, l'espressione "fratelli d'Italia" resta un sinistro incubo; infatti la comunità nazionale lombarda è molto più vicina a quelle bavarese, carinziana e, naturalmente, ticinese, piuttosto che a quelle calabrese, campana o laziale; e se evidentemente non si può parlare di "fratellanza" etno-culturale, tantomeno si può parlare di "fratellanza civica": l'altissima etica civile padana mai e poi mai potrebbe essere avvicinata alla barbarie socio-istituzionale del Mezzogiorno).
Va anche aggiunto che parlare di "federalismo europeo", per la maggior parte dei fautori dell'unificazione politica continentale, ha sempre significato ispirarsi alle teorie dei cosiddetti "federalisti" americani che, lo ha spiegato benissimo Guglielmo Piombini (Federalismo & Società, n.4, 1995), erano in realtà i centralizzatori di un sistema già coerentemente federale; solo il destino beffardo ha voluto che i federalisti veri, come Thomas Jefferson, venissero etichettati come "antifederalisti"; la sostanza rimane comunque invariata, ed essa consiste nel fatto che i sostenitori della cosiddetta "federalizzazione" del sistema erano, in realtà, fautori di una centralizzazione spinta dell'Unione americana. Prenderli come esempio, dunque, vuol dire affidarsi alla via dell'accentramento istituzionale.
Se si considerano infine le tristi vicende continentali del passato, dall'epopea di Cesare a quelle napoleonica e hitleriana, è indubbio che l'unificazione europea appaia palesemente come il tentativo, non armato, di costruire un super-stato pianificatore e controllore, che segni il definitivo trionfo della sfera del "politico" nei confronti della società aperta, in barba alla tradizione medioevale delle repubbliche urbane, del microfeudalesimo e, in generale, della pluralità delle comunità politiche organizzate e legate da elastici rapporti commerciali e culturali. In altre parole, sembra legittimo ritenere che gli sforzi volti all'edificazione di una (qualsiasi) unità politica europea non rappresentino altro che il tentativo, distante anni luce dallo spirito del federalismo autentico, di dar vita ad istituzioni fortemente accentrate, incarnate nell'idea di un super-stato in grado di soppiantare perfino i vecchi stati nazionali ormai malfermi e sempre più frequentemente e duramente messi in discussione.
Viste dunque le magre premesse storiche e filosofiche del "federalismo europeista", potremmo essere tentati di liquidare gli slogan dei sostenitori dell'integrazione, senza nemmeno conceder loro il beneficio di un esame dei contenuti di questo presunto federalismo. Allora, dunque, per evitare accuse di superficialità, proviamo a prendere come metro di paragone il principio cardine del federalismo autentico, l'autogoverno, e in seguito chiediamoci se tale principio sia riscontrabile nel "federalismo all'europea".
L'autogoverno, va chiarito subito, non è soltanto un requisito che trova la propria espressione nelle norme giuridiche su cui si regge un sistema. Esso è anche, e soprattutto, un principio informatore, che permea di sé ogni elemento del sistema stesso, plasmandolo e condizionandolo, specie in senso culturale. Se guardiamo alla cultura europea continentale non possiamo certo parlare dell'esistenza di una diffusa cultura politica federalista; e questo proprio perché non esiste una corrispondente cultura dell'autogoverno.
Ma cos'è dunque l'autogoverno?
Esso è, innanzitutto, concorrenza istituzionale, cioè concorrenza fra i differenti sistemi giuridici propri delle singole comunità politiche, le quali, pur essendo legate reciprocamente da un patto federativo, sono e restano libere di autodefinirsi. Autogoverno è libertà di autodefinirsi in quanti più ambiti possibili; dunque esso significa irrimediabilmente pluralità di legislazioni, e, in particolare, di legislazioni (o di giurisprudenze indipendenti) penali, civili, urbanistiche, commerciali, stradali e dei trasporti in genere. Si badi bene: non è esclusa, anzi è naturale, la possibilità concreta di formulare accordi per la gestione comune o la definizione comune di parametri normativi (si pensi alle disposizioni sul trasporto aereo) fra varie comunità, sia all'interno della federazione che all'esterno, anche per tramite del governo federale; il coordinamento però non può mai divenire ordine autoritativo che proviene da un centro istituzionale gerarchicamente superiore; il coordinamento deve nascere come atto spontaneo (una sorta di autentica - federalizzazione parziale di materie).
Da quanto abbiamo sin qui esposto, si comprende come l'autogoverno rappresenti un vero e proprio frazionamento del concetto di sovranità. In questo senso si può anche affermare che il federalismo è tale solo se fa convivere diverse sovranità, e non se genera una fusione di esse in un solo grande centro ordinatore. Dal che si deduce che, nei differenti ambiti dell'azione di governo, la gerarchia giuridica degli enti politici può essere di volta in volta completamente invertita, poiché esiste, di fatto, una pluralità di ordinamenti giuridici (molto spesso del tutto indipendenti e, quindi, a sovranità contrapposte).
Autogoverno è disporre di proprie forze di polizia e di difesa verso l'esterno, nonché di una magistratura sciolta da qualsiasi appartenenza organica ad una classe di giudici unica per tutte le comunità che fanno parte della federazione. Autogoverno significa prelievo delle risorse e loro utilizzo in loco, con versamento di una quota ridotta alla federazione. Autogoverno è, quindi, controllo stretto della popolazione sugli eletti, ed è, per mezzo di costoro (ma anche per via diretta), esercizio continuo e fermo della maggior parte dei poteri che attengono alla sfera dell'azione politica, e, più in generale, sociale. Il tutto al livello più basso nella gerarchia territoriale degli organismi politici. Perciò l'autogoverno si realizza se tutti i poteri suddetti sono prerogative stabilmente esercitate dai comuni, dalle contee, dalle Regioni (il corrispondente "quantitativo" degli States americani); non certo dagli stati nazionali, tantomeno da un governo bruxellese. Infine, autogoverno significa diritto di secedere da una unione federale e di resistere a qualsiasi illegittima pretesa avanzata dal governo federale nei confronti della comunità politica che intende, appunto, difendersi. Certo in questo caso sarà buona cosa tenere a mente un punto, semplice ed essenziale: se una comunità politica non dispone della forza e delle risorse per difendersi (non necessariamente perchè povera, ma poiché il patto federativo glielo impedisce), allora è inutile anche soltanto continuare a chiedersi se essa faccia parte di una unione autenticamente federale. La risposta non potrà che essere negativa. Questo è ciò che si intendeva precisamente parlando di "cultura" dell'autogoverno: non bastano norme diverse e garanzie costituzionali sui diritti delle comunità membre di una federazione; è necessario che esse possano sempre essere in grado, concretamente, di difendersi. Del resto è proprio dall'esistenza di questo presupposto che trae forza, anche in senso giuridico, la cultura dell'autogoverno.
Ora chiediamoci: il presunto federalismo europeo si fonda sull"autogoverno"
No. Indubbiamente no.
Sgombriamo innanzitutto il campo da due equivoci. Il primo: molte delle competenze (termine piuttosto brutto, in verità, con il quale si è soliti indicare le concrete azioni e i reali poteri di un ente di governo) elencate in precedenza, si dirà, sono stabilmente nelle mani dei vari governi degli stati che attualmente compongono l'Unione Europea. Verissimo. Tuttavia, da un lato si assiste alla progressiva e massiccia erosione delle competenze stesse a favore degli organismi bruxellesi, e quindi ad uno svuotamento continuato dell'area di governo degli stati membri. Dall'altro lato, bisogna tener conto che la distribuzione delle competenze all'interno degli stessi stati è ridicola da un punto di vista autenticamente federalista. Di tutto si può parlare, fuorché di autogoverno all'interno degli stati membri dell'Ue. Non a caso, il doppio livello di scontro che vede protagonisti i movimenti in lotta per l'autogoverno, nel Vecchio Continente, riguarda sia l'Unione, criticata per il suo centralismo ormai evidente, sia, appunto, gli stati nazionali, considerati giustamente come l'eredità vivente di un passato tragico in cui il germe del centralismo è stato ampiamente coltivato.
Il secondo equivoco, in cui si potrebbe facilmente cadere, riguarda quel feticcio ideologico e comunicativo noto come "sussidiarietà". Non ci dilungheremo in una dettagliata critica di questo principio non federalista, poiché essa è già stata brillantemente esposta in uno studio dell'ISPI (élites, n.1, 1998). Qui basterà dire che la sussidiarietà, almeno nella forma in cui viene applicata in ambito europeo, è soltanto una concessione dall'alto, un non-sottrarre ulteriori poteri di azione ai livelli di governo gerarchicamente subordinati, per "spirito di bontà". Tutto qui. Basterebbe una breve esposizione di alcune significative direttive europee per dimostrare come argomenti di interesse assolutamente minimo hanno visto la prepotente ingerenza normativa bruxellese. Alla faccia di qualsiasi concreta gestione delle scelte a livello delle singole comunità.
E così veniamo finalmente al punto. Abbiamo detto poche righe sopra che la costruzione europea non si regge sul principio dell'autogoverno. Infatti è un altro il principio politico e ideologico che informa di sè tutto il sistema comunitario, fin dalla sua nascita: l'uniformità dell'ordinamento giuridico. Dietro la facciata di un federalismo solo sbandierato, gli organismi dell'Unione hanno emanato un numero enorme di direttive con il preciso scopo di omologare quanto più possibile le legislazioni dei vari Stati membri. In particolare, movendo dalla distorta visione che hanno del concetto di "mercato comune" e di "concorrenza", gli organismi dell'Ue hanno forzato gli articoli del Trattato che attribuivano solo alcune competenze alla legislazione comunitaria, al fine di regolamentare ogni possibile ambito delle relazioni umane. Ormai, la stragrande maggioranza delle norme che disciplinano le attività sociali e commerciali dei cittadini dei singoli stati è di diretta derivazione europea. Sicurezza sul lavoro, unità di misura del tempo nei contratti, ingredienti del cioccolato, lunghezza di questo o quel prodotto agricolo, nulla sfugge all'intervento dei legislatori comunitari. Il paradosso è che si discute di un rafforzamento delle procedure decisionali degli organismi dell'Unione, attraverso l'abbandono sostanziale del voto all'unanimità e l'attribuzione di poteri legislativi diretti al Parlamento: una via sicura per trasformare definitivamente l'UE in un classico stato accentrato, in cui non esiste alcuna forma di concorrenza istituzionale. Non a caso si parla con insistenza di "armonizzazione fiscale", di eserciti e polizie europei, di un codice penale unico con relativa magistratura comune.
Allo stesso modo si moltiplicano le risoluzioni dell'Europarlamento in cui si cerca di dare linee di condotta uguali per tutti: dalle coppie omosessuali alla pena di morte, dalle limitazioni della libertà di espressione al riconoscimento del grado di democraticità delle formazioni politiche. In particolare va rilevata una tendenza, sempre più invasiva, da parte delle istituzioni europee, a tentare di definire continuamente standard relativi ai cosiddetti diritti sociali. E' forse superfluo rammentare che la definizione delle prestazioni sociali e il livello delle stesse è uno degli ambiti tipicamente riservati alle comunità locali nel quadro di un sistema autenticamente federale, e ciò proprio in virtù del controllo ferreo che la comunità può esercitare sulle proprie risorse; è, di contro, evidentissimo il classico meccanismo assistenziale che si genera in presenza di un welfare "uguale per tutti", un welfare che, non a caso, richiede prelievi fiscali omogenei e centralizzati.
Sempre in tema di tendenze, sarà bene spendere ancora qualche parola sulle direttive.
Mentre in origine questo tipo di atti doveva avere un valore indicativo (di indirizzo), nel corso degli ultimi anni le direttive sono diventate sempre più dettagliate, fino a lasciare ai legislatori nazionali poco più che qualche "briciola giuridica" residua da definire. In questo fenomeno è riscontrabile uno dei principali filoni di sviluppo dell'accentramento normativo europeo, probabilmente il preludio alle vere e proprie leggi che gli europarlamentari sognano di poter finalmente partorire (e naturalmente imporre a "quei presuntuosi" dei loro colleghi nazionali, nonché a tutti i cittadini, dalla Finlandia ai Paesi Baschi, dal Peloponneso alla Lombardia).
L'Unione Europea non ha nulla a che fare con il federalismo. E tantomeno con il principio che ad esso deve necessariamente essere sotteso, e cioè l'autogoverno. Nessun atto o documento giuridico prodotto dall'Unione (il famoso "acquis communautaire") rispetta il principio di autogoverno. L'Ue è già oggi un super-stato, una costruzione paranoica, che ha la pretesa, assurda e nefasta, di definire regole uguali in ogni ambito della vita civile per tutti i cittadini che ne sono sudditi.
Un vero mostro, di fronte al quale la coerenza del federalismo americano (o di quello svizzero, se solo guardiamo alla terra dove abitano i lombardi che già sono liberi) risplende quantomai brillante, nel firmamento della storia delle istituzioni politiche.