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“Mestieranti” vengono chiamati da Max Weber coloro che, usando la fraseologia delle “buone intenzioni”, occupano una significativa porzione del territorio politico, per vivere delle basse transazioni che certa parte della stessa attività politica consente. Fra i “mestieranti” si collocano sicuramente quanti, all’indomani della tragica aggressione terroristica agli Stati Uniti e in concomitanza con l’attacco anglo-americano al regime talebano dell’Afghanistan, sono giunti a sostenere che la guerra è, dopotutto, un mezzo per alimentare lo sviluppo economico. Si dimentica così che certi mali, anche quando necessari, restano tali. E si avalla una tesi improvvida che, vista in tutta la sua estensione, suggerisce l’uguaglianza fra guerra e sviluppo. Che simili grossolanità vengano sostenute da persone che, per loro sfortuna, non hanno modo di procurarsi adeguate cognizioni teoriche e storiche, può anche non sorprendere. Quando invece sono degli economisti di professione a sottoscrivere la nefasta tesi che, tramite la guerra, si sostiene lo sviluppo, ci troviamo di fronte a una stupefacente affermazione, che la dice lunga sulla superficialità e sulla miseria culturale di alcuni commentatori. Il fatto è che la cultura italiana continua a essere largamente estranea al pensiero liberale. E l’idea che, cogliendo l’occasione della guerra, si possano rafforzare i centri del potere politico e della spesa pubblica si coniuga perfettamente con quel vasto sedimento interventista che è ancora l’ago magnetico di tanti “mestieranti” della politica e delle loro folte schiere di corifei. Si è subito invocato il nome di Keynes, come se i danni sin qui provocati non fossero sufficienti. E si sono immediatamente sentiti nuovi rintocchi funebri all’indirizzo del mercato, di quella istituzione cioè che ha consentito e consente a larga parte dell’umanità di vivere nell’agiatezza e nella civiltà del diritto. Ma così è. Gli interventisti di ogni tempo commettono ancora lo stesso errore, cadono sempre nella stessa illusione ottica. Si soffermano su quel che viene prodotto dagli interventi che essi suggeriscono o approvano e trascurano ciò che possiamo realizzare, nella pace e nella libertà, senza quegli interventi. Essi non sanno che cosa sia il mercato. Capiscono solo che, dove esso si sviluppa, si riduce enormemente il loro potere, quello di “mestieranti” della politica. Schumpeter ha giustamente scritto: “Né opportunità della critica, né il senso vero o fittizio dei torti patiti bastano di per sé a determinare, anche se possono vigorosamente favorirlo, il sorgere di un’aperta ostilità a un regime sociale qualsiasi. Affinché una simile atmosfera si sviluppi, è necessario che esistano gruppi interessati a fomentare e organizzare il risentimento e a farsene portavoce”. E il punto è che tali gruppi possono allignare e prosperare solo dove la cultura, l’arte e l’informazione sono sottratte alle regole del mercato. Torniamo a chi pone l’uguaglianza fra guerra e sviluppo economico. Siamo lontani dai tempi in cui, per “protestare”, Edwin Cannan spendeva tutta la sua competenza di economista e tutta la tensione etica di liberale. Dal 1914 al 1926, egli febbrilmente scrisse contro la guerra e l’interventismo. E, raccogliendo i materiali prodotti in quel periodo, precisò di avere “a lungo protestato contro l’accettata identificazione del ‘paese’ o della ‘nazione’ (cioè, del paese o della nazione di chi parla o scrive) con la società economica”. Siamo certo lontani da Cannan. E siamo lontani da Ludwig von Mises. Il quale, nel 1922, lucidamente sosteneva che “la società è nata dalle opere di pace” e che “l’essenza della società, la sua ragione d’essere, è creare la pace”. E aggiungeva: “L’amore del liberale per la pace non nasce da considerazioni filantropiche [...]. Il liberale non ha quello spirito di lamentazione che cerca di combattere il romanticismo della follia sanguinaria con la sobrietà dei congressi internazionali. La sua predilizione per la pace non è un passatempo tranquillamente compatibile con tutte le convinzioni possibili. E’ la teoria sociale del liberalismo”. Concludo: sempre a proposito di economisti. Prendendo la parola alla Camera dei deputati, Laura Pennacchi, che per lungo tempo è stata sottosegratario al Ministero dell’economia, ha recentemente affermato che la “libertà di scelta” è una “mela avvelenata”. Siamo così in grado di giudicare con serenità come si è modificato il contenuto della professione di economista: da Cannan alla Pennacchi.
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