Giangranco Miglio

Il professore rimasto
fuori dal coro


Leonardo Facco*

Il coccodrillo, che per i non addetti ai lavori è un articolo "piagnisteo" pronto a commemorare il morto autorevole di turno, non lo si nega a nessuno. Per Indro Montanelli, infatti, i direttori dei giornali di tutta Italia ne avevano i cassetti delle scrivanie pieni. Già pronti all'uso. Tanti. Da poter riempire da due a quattro, e più, pagine dei giornali.
Per il professor Gianfranco Miglio, invece, solo qualche nota d'agenzia (magari evitando di citare la sua morte in prima pagina) o qualche pezzullo insignificante scritto da un cronista di seconda o terza fila.
Tutto secondo copione. Mi sarei meravigliato del contrario. In fondo, Indro Montanelli, rappresentava la "stecca nel coro", ovvero l'italiano per antonomasia. Quello che nel coro, appunto, ci stava volentieri (da fascista, da democristiano, da antiberlusconiano, ecc. ecc.) pur sbagliando qualche nota della partitura. Quello che faceva lo storico (con una sfilza di premi per contorno), scrivendo i libri "a quattro mani" con i Cervi o con i Gervaso.
Il professor Miglio no. Era di un'altra pasta, era "scandaloso", era realista. Era così fuori dal sistema da essere uno contro il sistema. Miglio amava ricordare che il Bel Paese non era di suo gradimento. Figuratevi, con Maurizio Costanzo, al telefono, s'è "permesso" di affermare che è cresciuto con sua nonna che parlava in tedesco alle galline. E, soprattutto, ha avuto l'ardire di dare il suo assenso, nonché l'appoggio ideologico, alla più rivoluzionaria idea politica di questi ultimi centoquarant'anni: la secessione.
Mentre Montanelli le lauree se le prendeva ad honorem, in un paese in cui la laurea è già di per sé un insulto, Miglio faceva il rettore del dipartimento di Scienze Politiche all'Università Cattolica di Milano e faceva crescere fior fiore di giovani studiosi imbevendoli di idee coerentemente liberali. Se Montanelli paludava il suo sapere e le sue rampogne nel Risorgimento savoiardo, Miglio, da vero scienziato della politica, approfondiva i concetti del federalismo, dell'indipendentismo, delle libertà individuali. Proprio così. Montanelli citava Garibaldi? E Miglio ci faceva conoscere Carlo Cattaneo. Montanelli riesumava Giolitti? E Miglio rimpiangeva l'abdicazione delle idee liberali e proponeva di rileggere Carl Shmitt. Montanelli piagnucolava per il fatto che lo Stato abdicasse alle sue prerogative? E Miglio lo Stato lo metteva completamente in discussione, preferendogli le istituzioni policentriche, la libertà di mercato, la concorrenza tout court.
Ha scritto Carlo Lottieri, sulla rivista Élite, a proposito del professore comasco: "Pensare al politologo lombardo vuol dire riferirsi a uno studioso che durante la seconda metà del Novecento ha avuto pochi rivali, in Italia e fuori, nel suo tentativo di scandagliare con rigore scientifico la realtà del potere: evitando qualsiasi retorica e sforzandosi di osservare la politica quale essa è. Nel corso di questa ricerca, allora, non stupisce che egli abbia finito per elaborare un pensiero non privo di assonanze con quella linea di pensiero che - da Étienne de la Boétie fino a Murray N. Rothbard, passando per i libertari americani del XIX secolo - si è sforzata di sottrarre ogni maschera all'autorità politica". E se non è antisistema, ergo fastidioso, uno così, ditemi voi!
Montanelli col potere ci sguazzava. Miglio al potere si opponeva. Se per Montanelli il "lutto giornalistico" è durato una settimana, per Miglio nemmeno un giorno. Tutto bene madama la marchesa.
Se non fosse stato così non saremmo qui a scrivere queste quattro righe zeppe di rabbia. Complimenti professore. Quelli come il sottoscritto, nel frattempo, continueranno a studiare sui suoi libri. Non su quelli del "grande vecchio".

*Questo articolo è stato scritto il giorno dopo la morte del professore ed è stato inviato, sotto forma di lettera, al quotidiano "Libero". Non è mai stato pubblicato, eppure "qualcuno" l'ha preso come spunto per scriverci un suo pezzo.