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Il fumo fa male. Può darsi che non sia responsabile di tutti i malanni che gli vengono addebitati, ed è certo che alcune accuse sono manifestamente esagerate, ma, per quanto ci è dato di sapere, anche scontando le esagerazioni, resta il fatto che il piacere del tabacco ha in molti casi un costo elevato per la salute del fumatore. Detto questo, non ne segue dunque logicamente che il governo ha l’obbligo di impedire «con qualsiasi mezzo» (come è stato esplicitamente dichiarato da un noto uomo politico) il diffondersi di questo dannoso vizio? Porre la domanda può apparire vuota retorica o inaccettabile provocazione: pochissimi «estremisti» avrebbero oggi il coraggio di mettere in dubbio la desiderabilità della crociata anti-fumo che, in innumerevoli forme, quasi tutti i governi europei stanno combattendo. Eppure, a me sembra che dietro questo apparentemente innocuo uso del potere coercitivo del governo si celi una concezione illiberale ed inaccettabile dello stato ed un pericolo gravissimo per la libertà individuale. In una società libera, infatti, la legge deve proteggere i singoli dalla violenza degli altri, non da se stessi. La decisione di un adulto ragionevole di far uso di sostanze nocive alla sua salute, consapevole del danno che esse possono procurargli, spetta a lui ed a lui soltanto. Qualsiasi politica ignori questa ovvia premessa finisce inevitabilmente per degenerare nel paternalistico e nel grottesco. Se, infatti, accettiamo l’idea che la salute dei singoli sia da considerare obiettivo dell’attività governativa, che cioé il governo debba vietare tutto ciò che è dannoso alla salute e rendere obbligatorio tutto ciò che è giovevole, finiamo col pervenire a risultati assurdi. L’obesità uccide: dovremmo rendere obbligatorie le diete? La sedentarietà fa male: dovremmo costringere tutti a svolgere attività fisica dietro la minaccia di pene detentive o pecuniarie? Se accettassimo quella premessa dovremmo, prima o poi, introdurre la patente per pedoni, le diete obbligatorie, il divieto di bere alcoolici, fumare tabacco, praticare sport considerati rischiosi, e così via in una spirale senza fine di paternalismo insensato. Coloro che considerano eccessive queste ipotesi farebbero bene a riflettere su quanto accade negli Stati Uniti d’America, dove un cittadino, ritenuto abbastanza maturo da pagare le imposte, guidare l’automobile, stipulare un contratto di lavoro, contrarre matrimonio, contribuire a decidere il futuro politico del paese col suo voto e dare la vita per la Patria arruolandosi... non viene considerato maturo abbastanza da poter entrare in un bar e bere una birra! Tutte quelle altre attività, infatti, sono consentite anche a chi ha 18 anni, mentre per bere una birra in molti stati è necessario averne compiuto 21. Gli entusiasti della democrazia referendaria potrebbero riflettere anche sul fatto che in molti stati l’innalzamento dell’età minima per poter bere è stato deciso per referendum -- un’illustrazione lampante del fatto che le libertà individuali possono essere gravemente violate, e di fatto lo sono, anche da un regime di democrazia maggioritaria. Qualcuno obietta a queste argomentazioni che il fumatore che si ammala impone un costo alla collettività che deve farsi carico delle cure di cui ha bisogno, e c’è chi arriva ad includere nel costo sociale del fumo le ore di lavoro che il fumatore perde se si ammala. Ci siamo talmente allontanati dai principi di una società libera che queste tesi non suscitano sorpresa, nè tanto meno scandalo: si può tranquillamente sostenere che la mia salute non mi appartiene, che non posso vivere come pare a me perché, così facendo, metto in pericolo un bene che appartiene ad altri (la mia salute), e nessuno si scandalizza. Un onesto patriota non sa più come comportarsi: se vive pericolosamente mette a repentaglio la solvibilità del sistema sanitario nazionale, se, invece, vive a lungo, è il sistema pensionistico pubblico a correre il rischio di bancarotta. Forse, secondo la morale dei paternalisti, dovremmo vivere in buona salute fino all’età della pensione... e poi morire senza eredi per non dare eccessivo fastidio all’INPS! E’ arrivato il momento di riconoscere che se lo stato dovesse rendere obbligatorio quanto ritiene utile alla nostra salute e vietare quanto ritiene dannoso, la vita diverrebbe un incubo e della libertà individuale non resterebbe nemmeno il ricordo. Questa, purtroppo, non è soltanto una possibilità astratta: quando ho il mal di testa, lo stato mi impone di procurarmi una ricetta del medico per acquistare l’optalidon. Ed è deprimente constatare come questi provvedimenti di demenza paternalistica vengano accettati senza proteste. Lascio a quanti difendono lo status quo dicendosi liberali il compito di spiegare quanta coerenza ci sia nel considerare la stessa persona simultaneamente incapace di decidere se prendere un analgesico e infallibile nello scegliere l’ordinamento politico più opportuno, votando. Sorvolando sui tanti altri aspetti importanti del problema è su questo punto che vorrei concludere: è contraddittorio da un lato credere nella democrazia, cioé nella capacità dei singoli di effettuare scelte informate e consapevoli nella loro veste di elettori, e dall’altro ritenere necessario regolamentare minutamente la loro vita, reputandoli evidentemente del tutto incapaci di decidere quando si tratta della loro salute. Faremmo bene a non dimenticare le immortali parole di Tocqueville: «I popoli democratici che hanno
introdotto la libertà nella sfera politica mentre aumentavano il
dispotismo nella sfera amministrativa, sono arrivati a delle situazioni
fortemente paradossali. Quando si tratti di questioni di ordinaria amministrazione
che richiedono solo il ricorso al buon senso, essi ritengono che i cittadini
ne siano privi; quando si tratti di governare tutto intero il territorio
dello stato, essi attribuiscono a questi ultimi prerogative immense (...)
(Ma) è difficile immaginare che uomini che abbiano rinunciato del
tutto all’abitudine di decidere per le loro cose possano riuscire a scegliere
bene quelli che devono governarli. E sarà ancora più difficile
dare ad intendere che un governo liberale, saggio ed energico, possa essere
espresso dai suffragi di un popolo di servi».
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