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del libertarismo: le città e le prigioni private. GUGLIELMO PIOMBINI Relazione al convegno "Stato o libertà?
Un'Enclave per il libertarismo "
IL XXI SECOLO SARA' LIBERTARIO Qualche tempo fa, leggendo "Il Giornale", rimasi colpito dalla parte finale di un articolo riguardante le ultime elezioni politiche statunitensi, in cui Alberto Pasolini Zanelli scriveva: "Anche in queste ultime elezioni di fine millennio, il Libertarian Party non ha molte probabilità di uscire vincitore. I libertari però non se ne preoccupano, perché essi sono cittadini non di questo secolo, ma del prossimo". Il libertarismo, infatti, è il figlio radicale ed estremista del liberalismo classico. Portandone i principi alle estreme e logiche conseguenze, i pensatori libertari sono riusciti a delineare con notevole profondità i contorni di una società futura in cui massima sarà la libertà d'azione dell'individuo e, correlativamente, minima o nulla la presenza oppressiva dello Stato. Questa società libera è destinata però a rimanere un bel sogno scritto sulle pagine dei libri, o nel prossimo millennio assisteremo, almeno in parte, ad alcune sue realizzazioni? lo credo che, guardando le cose in un'ottica di medio-lungo periodo, le prospettive per la libertà non siano mai state tanto favorevoli come oggi, e questo principalmente per tre motivi: 1) In primo luogo, perché, come hanno sostenuto Hayek, e Rothbard, alla lunga sono le idee, e non gli interessi, a giocare il ruolo decisivo. Le nuove idee impiegano parecchio tempo a radicarsi nella società, e per questa ragione spesso ogni periodo storico vede la realizzazione pratica di ideologie concepite nel secolo precedente: così è stato, nell'ottocento, per il liberalismo classico elaborato nel '700; e lo stesso è avvenuto per il XX secolo, dominato da due ideologie, il nazionalismo e il socialismo, nate nel secolo scorso. Ora, il libertarismo rappresenta probabilmente, tra tutte le dottrine sviluppatesi negli ultimi decenni del '900, quella più profonda, originale e sistematica, e quindi non dovrebbe meravigliarci se essa vedrà un'attuazione nel prossimo secolo. Si può obiettare che il libertarismo non è l'unica ideologia sorta in quest'ultima parte di secolo: basti pensare, per fare due esempi, all'ambientalismo o al comunitarismo. Dobbiamo però tenere conto di un altro dato fondamentale, e cioè che spesso le idee di una certa epoca nascono in opposizione dialettica alle idee dell'epoca precedente, come risposta ai problemi che esse hanno lasciato in eredità. Non ci vedrei quindi nulla di strano - anzi, mi sembrerebbe del tutto naturale - se, per ribellione e reazione agli orrori e ai guasti enormi generati dalle ideologie stataliste che hanno dominato il '900, le prossime generazioni si rivolgessero ad ideologie completamente opposte, come il libertarismo, incentrate sul valore della libertà individuale. 2) Il secondo motivo di ottimismo è dato da una considerazione oggettiva: l'evidente crisi in cui si trova oggi lo Stato moderno, sovrano, centralizzato e gerarchizzato, assediato da richieste di autonomia, di federalismo, di secessionismo. Crisi dovuta a tutta una serie di cause ideologiche - il discredito in cui è sprofondato il collettivismo statalista dopo la caduta del Muro di Berlino - ed economiche - la globalizzazione dei mercati, il progresso delle tecnologie, la rivoluzione dell'informatica e delle telecomunicazioni, che rendono ovunque sempre più inutili gli apparati burocratici di grandi dimensioni su cui si reggono gli Stati nazionali. 3) Il terzo motivo di ottimismo è dato dalla rivoluzione capitalista silenziosa che si sta diffondendo a macchia d'olio negli Stati Uniti, con qualche timido inizio anche in Europa. Quasi di soppiatto le forze del mercato stanno sottraendo allo Stato sempre più ambiti in cui la sua presenza era ritenuta fino a poco tempo fa indispensabile. L'immagine della Frontiera, cioè la conquista di nuovi terreni strappati a poco a poco al nemico, rende bene l'idea del processo in atto. Le Nuove Frontiere del libertarismo americano sono rappresentate dalle città interamente private, dalla privatizzazione delle carceri, e della progettata esplorazione dello spazio da parte di agenzie spaziali private. Queste applicazioni pratiche di liberismo radicale sono estremamente importanti, ancor di più forse delle teorizzazioni scritte, non solo perchè dimostrano la realizzabilità pratica delle idee libertarie, ma anche perchè abituano a poco a poco la gente a considerare non più inevitabile la presenza dello Stato in tanti momenti della propria vita. Se per assurdo questo processo continuasse fino in fondo, lo Stato scomparirebbe senza bisogno di alcun rivolgimento politico, e quasi nell'indifferenza generale: David Friedman ha denominato "capitalismo strisciante" questa strategia di transizione dallo statalismo alla società di mercato. LE PRIGIONI PRIVATE Forse parlare di carceri in un convegno
sul li-bertarismo può apparire strano. 19 fenomeno della privatizzazione
delle carceri è però sintomatico del cambiamento di mentalità
che si è verificato negli ultimi anni: chi, fino a poco tempo fa,
avrebbe immaginato che in diversi paesi del mondo si sarebbero privatizzati
i sim-boli della potestà punitiva dello Stato: le galere?
L'ESPLORAZIONE PRIVATA
Fra due anni avrà inizio una delle
più straordinarie epopee capitalistiche del XX secolo, in cui lo
slogan libertario "spazio ai privati!" verrà preso assolutamente
alla lettera. Nell'aprile 2001, infatti, la SpaceDev di San Diego, la prima
compagnia nel mondo per l'esplorazione commerciale dello spazio, lancerà
in orbita una nave spaziale senza equipaggio, che dopo 13 mesi, con due
milioni e mezzo di miglia di volo alle spalle, atterrerà su un asteroide
chiamato Nereo. Gli economisti libertari avevano già da decenni
dimostrato che l'esplorazione privata dello spazio non solo avrebbe fatto
risparmiare ai contribuenti americani un mucchio di soldi rispetto a quella
statale, ma sarebbe stata molto profittevole dal punto di vista economico.
Jim Benson, l'imprenditore cinquantaduenne fondatore di SpaceDev, pur non
avendo probabilmente letto le analisi degli anarco-capitalisti, conta infatti
di diventare ricchissimo con questa impresa. Alla compagnia costerà
meno di 50 milioni di dollari spedire la nave sull'asteroide, ma il viaggio
potrebbe produrre entrate per almeno 120 di dollari, grazie: 1) agli introiti
pubblicitari derivanti dalla vendita dei diritti televisivi, e dalle sponsorizzazioni:
tutto lo scafo infatti dovrebbe essere ricoperto da marchi pubblicitari;
2) alla vendita dei risultati delle ricerche scientifiche alle università
e ai centri di ricerca: la nave, infatti, oltre a eseguire esperimenti
per conto di scienziati che hanno sistemato attrezzature a bordo dietro
pagamento, depositerà strumenti sull'asteroide stesso, in un'operazione
che non ha eguali nella storia; 3) allo sfruttamento delle risorse minerarie
spaziali: alcuni asteroidi si portano dentro infatti montagne di acciaio
inossidabile e metalli preziosi, come l'oro e il platino. Quest'ultimo
aspetto commerciale dell'impresa anticipa alcuni problemi che nel prossimo
secolo si faranno impellenti: la determinazione dei diritti di proprietà
nello spazio. Benson intende infatti dichiarare l'asteroide sua proprietà
privata, e affermare il suo diritto di sfruttamento, sia mineralogico che
scientifico. Le basi giuridiche a cui si appella sono le stesse dei mitici
tempi della Frontiera, quando, in base alla Common Law e all'Homestead
Act, i pionieri del Far West dichiaravano la loro proprietà sulle
terre vergini da loro scoperte e occupate.
LE CITTA', PRIVATE Stando agli ultimi dati disponibili, in America sta avvenendo una rivoluzione urbanistica che finirà con il coinvolgere anche la politica, o meglio la filosofia della politica e il concetto stesso di Stato. Già da diversi anni, infatti, un numero crescente di cittadini americani., stanchi per l'insicurezza, il degrado urbano e la pessima qualità dei servizi forniti dalle amministrazioni municipali, hanno iniziato a fare da soli, organizzando la propria vita collettiva in maniera del tutto indipendente: riunendosi in associazioni, creando aree cittadine inaccessibili agli estranei indesiderati, stabilendo liberamente le proprie regole di convivenza, provvedendo a tutte le loro necessità (compresi il rifornimento idrico, la pulizia delle strade, le scuole, la sicurezza), e arrivando a spingere la loro richiesta di autonomia fino a pretendere di essere esentati dal pagamento delle imposte comunali. Queste Enclaves private sembrano aver risolto
perfettamente tutti i problemi che assillano gli inferni urbani delle città
statalizzate: grazie ai controlli all'entrata la criminalità è
quasi scomparsa, l'inquinamento è inesistente, tutto è perfettamente
pulito e in ordine. Non è quindi un caso che queste siano il tipo
di agglomerato residenziale che, in tutti gli Stati Uniti, sta registrando
la crescita più alta. Negli ultimi 30 anni sono stati costruiti
negli Usa 150mila città private, in cui vivono 30 milioni di persone,
un americano su otto! Cifre, secondo alcuni, desti' nate a raddoppiare
nei prossimi dieci anni: Evan McKenzie, uno studioso che ha scritto un
libro intitolato Privatopia - su questo argomento, sostiene che tali quartieri
ospiteranno nel prossimo secolo il 30 per cento della popolazione americana.
Alcune di queste città private contano decine di migliaia di abitanti:
Sun City, in Arizona, ha 46mila residenti, dieci centri commerciali, piscine,
parcheggi, pompieri, polizia, ospedali; la cittadina di Reston, nel Nord
Virginia, ne ha 56mila; Disneyworld da Orlando, in Florida, è una
città (estesa più o meno come San Franci-sco) interamente
di proprietà della Walt Disney, che gode della più completa
autonomia fiscale ed urbanistica, ed è visitata ogni anno da 150mila
visitatori. Molte di queste città private sono mega-ospizi di lusso
per gli anziani, situati per lo più nei caldi Stati della Florida,
della Ca-lifornia, del Texas e dell'Arizona. Per compren-dere il modo in
cui queste privatopie sono orga-nizzate, basti pensare ad un enorme condominio
allargato fino a comprendere tutte le strade cir-costanti, le zone pedonali,
i giardini, i parchi, i parcheggi, e così via. Queste città
sono private nello stesso senso in cui lo sono gli apparta-menti o gli
edifici: così come senza il permesso del proprietario non si può
entrare, allo stesso modo non si può penetrare liberamente in una
città privata. E come il condomino deve rispetta-re il regolamento
condominiale, così il residente
I regolamenti interni delle privatopie sono talvolta molto rigorosi: alcune città private, infatti, non accettano bambini, animali, oppure possono imporre di colorare la casa in un certo colore, o di tagliare l'erba del giardino in determinato modo, e così via. In tutto questo non vi è nulla di illiberale o autoritario, perché, a differenza delle città statalizzate, le cui regole sono imposte dai politici e dai burocrati, le città private sono abitate da persone che unanimamente hanno scelto di viverci proprio perché gradiscono le sue regole interne, e volontariamente hanno deciso di sottoporsi alla giurisdizione di questi governi contrattuali. Sottoscrivendo il contratto d'acquisto dell'appartamento, infatti, il residente aderisce contestualmente ad un pacchetto di clausole che lo obbligano a rispettare determinati obblighi e a versare le somme necessarie per il mantenimento dei servizi di comune utilità. Se le privatopie continuano a diffondersi a questa velocità, le conseguenze politiche potrebbero essere dirompenti, fino a sconvolgere i tradizionali canoni della filosofia politica e del diritto pubblico. Le città private, infatti, da un lato fanno diventare realtà i sogni dei fautori dello Stato minimo o della scomparsa dello Stato, e confutano la dominante teoria dei beni pubblici, secondo cui solo lo Stato sarebbe in grado di fornire i beni d'utilità generale. Le città private dimostrano invece che non vi sono limiti a quello che la società civile è in grado di creare attraverso l'associazionismo volontario e la libera contrattazione. Vengono così meno gran parte delle motivazioni con cui gli Stati pretendono di giustificare le loro richieste di tassare e regolamentare i comportamenti dei propri cittadini, le cui richieste di autonomia rappresentano allora la risposta a problemi d'insicurezza e di degrado del territorio ai quali lo Stato, a causa delle manchevolezze e delle inefficienze insite nella proprietà pubblica e nell'azione burocratica, non è in grado di porre rimedio, e che hanno origine nell'impossibilità per le popolazioni residenti, prive di diritti di proprietà sulle aree pubbliche, di controllare i propri spazi di vita. Dall'altro lato, le città private rappresentano qualcosa di molto vicino ad un reale contratto sociale. Qui non siamo infatti in presenza, come nelle nostre attuali democrazie, di un truffaldino contratto sociale alla Rousseau, che nessuno in realtà si è mai sognato di stipulare, se non nelle fantasie di tutti i redivivi giacobini di destra e di sinistra. Al contrario, nelle privatopie il contratto sociale trova per la prima volta attuazione non come fasulla "volontà generale", ma come insieme di reali e liberi atti di consenso prestati da individui in carne ed ossa. Alla fine di questo processo, oggi appena
ai suoi inizi, il modello uniformante di Stato che conosciamo potrebbe
uscirne completamente modificato, per lasciare il posto ad un ordine pluralista,
fondato su relazioni non verticali e gerarchiche ma orizzontali e paritarie
(come i patti federali e il contratto privatistico, tanto per fare due
esempi lampanti), in cui i singoli individui potranno scegliere il livello
di governo territoriale più idoneo alle proprie esigenze. Le città
private e le comunità condominiali descritte in questo articolo
possono fornire alcune prime indicazione su come la società libertaria
del futuro potrebbe funzionare.
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