Sicurezza:
ultimo stadio

ARTURO DOILO

Se non siamo alla follia, poco ci manca. Curve pericolose? Ovviamente, e quasi di più della mitica parabolica di Monza, dove ogni tanto si sfracella qualche ardimentoso pilota. Una volta era lo stadio, tempio del divertimento italiano; e dovrebbe essere così ancora oggi. Al contrario, nei catini di mezza penisola si celebra la summa delle illiberalità di matrice statale. 
Qualche tempo fa, a metter fine definitivamente alla baldoria da spalto ci hanno pensato due ministri della “Repubblica democratica”, Bianco e Melandri, sancendo, con la solita “legge antirazzista”, la sospensione di una partita nel caso in cui un tifoso appenda un lenzuolo con su scritto “onore al tiranno di turno”. Avanti di questo passo, tra un po’, sarà vietato urlare anche “Inter, Inter, vaffan....”. Ma il mal di stadio ha origini lontane. E gli alti lai di coloro che vedono assottigliarsi, ogni giorno di più, gli avventori dei vari “San Siro” sono spesso motivati da uno scottante problema: la violenza negli stadi. Ci sono domeniche in cui ci scappa il morto, altre in cui stramazza a terra un accoltellato ed altre ancora in cui si scatenano risse paurose. E il comune denominatore di questo dramma settimanale è la presenza in loco, peraltro massiccia, di forze della polizia di Stato. A spese nostre ovviamente. Domanda: ma sarà mai possibile che centinaia, a volte migliaia di agenti in assetto di guerra non riescano a debellare questo tragico fenomeno? Pare impossibile da credere, ma la realtà è quella che leggiamo, puntualmente, i lunedì sulle cronache dei giornali. E la guerriglia curvaiola non ha fine. 
Che razza di inefficienza sarà mai questa? Per quale motivo non si riesce a garantire al nonnetto col nipotino una pacifica festa di sport? Azzardiamo noi la risposta, alla faccia della pletora di commentatori sportivi che si strappano i capelli tra un “processo del lunedì” e un “appello del martedì”. In un mondo del pallone in cui le società si quotano in borsa, l’unica soluzione è la privatizzazione della sicurezza negli stadi, appaltandola a chi, più di ogni altro, ha interesse ad avere le poltroncine zeppe di gente, ergo di clienti. Chi, allora, se non le società di calcio? Purtroppo, ogni qualvolta si affronta questo delicato tema si è costretti a scontrarsi con i difensori dell’efficacia (mai come in questo caso inesistente) della Forza pubblica. E di questo passo il monopolio della violenza, saldo nelle mani dello Stato (e di quello stesso ministro dell’Interno, Enzo Bianco, che nemmeno riesce ed evitare le fughe di notizie), non viene manco scalfito. Se si provasse, invece, a consegnare nelle mani di Milan, Inter o Juve la sicurezza degli impianti sportivi (già oggi, le società hanno in concessione, dai Comuni, l’utilizzo delle strutture, anche se rimane auspicabile che siano esse stesse a realizzarne di proprie), almeno all’interno dei cancelli che delimitano gli stadi dal pubblico suolo, i risultati non verrebbero a mancare. Proprio perchè le società stesse, impegnando in questo lavoro dei professionisti del settore, avrebbero una ed una sola convenienza: rendere l’ambiente in cui si svolge la partita il più tranquillo e ospitale possibile. 
Basti, per concludere, un esempio su tutti. Nelle discoteche, o nei discobar, dove affluiscono migliaia di persone e dove la conflittualità potenziale tra individui, o gruppi di individui, è spiccata (benchè la legge vieti controlli o interventi diretti) i gestori dei locali utilizzano degli specialisti della sicurezza, dei security server, in grado di prevenire, o se del caso reprimere, ogni forma impropria di violenza. Per gli stadi non sarebbe forse la stessa cosa?