Maledetta coerenza

di Carlo Stagnaro


Il nome di George Orwell è legato soprattutto al suo capolavoro 1984 e al sistema di strettissima sorveglianza che, in quel romanzo, il Grande Fratello riesce a imporre su tutti i propri sudditi. In realtà l’intuizione più geniale dello scrittore inglese non sta in questo, quanto nella comprensione dell’importantissimo ruolo giocato dal linguaggio in una dittatura “soft”. Nell’allucinato e tragicamente moderno mondo di 1984 il principale mezzo di dominio è il controllo delle parole – alcune vengono abolite, di altre è cambiato e in qualche modo neutralizzato il significato. Suo presupposto fondamentale, l’implementazione di un nuovo modo di affrontare la realtà – l’invenzione di una nuova logica chiamata bispensiero.

“Bispensiero – viene ad apprendere Winston Smith, protagonista del romanzo – sta a significare la capacità di condividere simultaneamente due opinioni palesemente contraddittorie e di accettarle entrambe… Spacciare deliberate menzogne e credervi con purità di cuore, dimenticare ogni avvenimento che è divenuto sconveniente, e quindi, allorché diventa necessario, trarlo dall’oblio per tutto quel tempo che abbisogna, negare l’esistenza della realtà obiettiva e nello stesso tempo trar vantaggio dalla realtà che viene negata… tutto ciò è necessario, in modo assoluto”.

Per quanto tutto questo venga abitualmente “dimenticato” quando si parla dell’opera di Orwell, è agghiacciante rendersi conto che tale apparentemente assurda pratica viene quotidianamente e subdolamente messa in atto. Il relativismo che ci ammorba non è altro che bispensiero, in fondo. Negare l’esistenza di una Verità, sostenere che tutte le verità sono equivalenti e che quindi non è possibile costruire una scala o una gerarchia di valori, impedire addirittura per legge l’espressione di certe preferenze è l’incubo che maggiormente preoccupava Orwell – ed è anche la realtà che oggi ci perseguita.

Colui che, ai giorni nostri, osi sostenere che la civiltà che ha prodotto i violini è assai più avanzata di quella che ha inventato i bonghi, che tra la musica di Beethoven e le cacofonie di Jovanotti vi è un abisso, che non si può liquidare la questione dicendo semplicemente che le composizioni di Mozart e i canti maori sono “espressioni artistiche differenti” verrebbe additato senza esitazione come “reazionario”. Utilizzando, peraltro, una terminologia completamente sballata. Sarebbe più appropriato, infatti, definirlo “rivoluzionario”. La rivoluzione è il ritorno al punto di partenza (e quindi al grande privilegio di cui ogni uomo medievale godeva e che a noi è sottratto, cioè quello di esprimere un giudizio), non una cesura radicale col passato. Anche questa deliberata confusione di termini, questo scollamento tra significante e significato è una forma di bispensiero.

Relativismo, cioè bispensiero, è un demone maligno che divora invece ogni buonsenso e ogni logica. Tant’è che sottrae all’individuo lo stesso diritto di giudicare (e di conseguenza di chiamare le cose con il loro nome: di chiamare stupidi gli stupidi e stupidaggini le stupidaggini), lasciandogli in mano soltanto la possibilità di sussurrare opinioni. E non è forse bispensiero quello di coloro che, prima di esprimere una tesi, premettono che “è del tutto discutibile”, quasi non ne fossero loro stessi convinti? Naturalmente, ognuno deve essere disposto a ritrattare le proprie idee o addirittura a mutarle. Questo però non significa che non si possa ritenere di avere ragione, almeno fino a prova contraria!

E’ interessante, in questo senso, osservare come siano stati promossi a “valori assoluti” due concetti come la coerenza e la “buona fede”. Quante volte, per esempio, si è sentito dire – dall’intellettuale autorevole come dal vicino di casa – che tizio sostiene tesi non condivisibili ma che ne va “apprezzata la coerenza”? In verità, coerenza e buona fede sono concetti neutri, che solo in una cornice di relativismo possono assurgere allo status di cui oggi sembrano godere.

Essi, infatti, non dovrebbero essere considerati “buoni” (o “cattivi”) in sé. Da un punto di vista oggettivo, ciò che conta non è tanto la coerenza nel perseguire qualche fine, ma quale fine si stia perseguendo. Se l’obiettivo dell’azione umana è buono, buona è anche la coerenza nel ricercarlo. Ma se lo scopo è cattivo, non solo la coerenza non va lodata, ma va addirittura invocata e auspicata l’incoerenza. Nessuno, d’altronde, potrebbe esaltare la coerenza di Adolf Hitler o Josiph Stalin nell’assoggettare milioni di uomini a brutali dittature. Non si vede come mai questo discorso – che vale per i tiranni del passato – non possa essere applicato ai criminali di Stato (o aspiranti tali) contemporanei. O, meglio, non lo si vede se ci si colloca entro un universo logico fondato sul presupposto dell’esistenza della verità e del principio di non contraddizione – cioè di un criterio di giudizio. In caso contrario, è tipico del bispensiero orwelliano valutare un’azione non in sé e per sé, ma in base a chi la commette e al contesto generale in cui si svolge. Il che non significa che il parere su un’azione debba prescindere dall’intenzione con cui essa è compiuta, ma che una dittatura “esplicita” come quelle comunista e nazista non è qualitativamente diversa dalla tirannia democratica e politically correct cui oggi siamo soggetti.

Ancora più significativo è il caso della buona fede. Colui che compia il male “in buona fede” non solo non è più apprezzabile, ma è addirittura più pericoloso di chi lo faccia in mala fede. Il secondo, infatti, è in ogni momento conscio di ciò che sta facendo e non è escluso che prima o poi cada preda della propria coscienza – che è quanto di meno “relativista” esista – e quindi si redima. Come ha osservato Marcello Gardani, è emblematica in questo senso la figura di Donna Prassede, uno dei personaggi con tanta abilità dipinti da Alessandro Manzoni nei suoi Promessi sposi. Questa perseguita Lucia “per il suo bene” e, poiché è spinta da un istinto filantropico (oggi diremmo: solidarista) e agisce in perfetta buona fede, non si rende conto di quanto male faccia alla povera ragazza. Scrive Manzoni: “Se donna Prassede fosse stata spinta a trattarla in quella maniera da qualche odio inveterato contro di lei, forse quelle lacrime l’avrebbero, tocca e fatta smettere; ma parlando a fin di bene, tirava avanti, senza lasciarsi smovere: come i gemiti, i gridi supplichevoli, potranno ben trattenere l’arme d’un nemico, ma non il ferro d’un chirurgo”.

Ritenere la coerenza o la buona fede dei valori in sé significa privilegiare la forma – il rispetto formale di un’idea o la convinzione sincera di compiere il bene – a scapito della sostanza – il contenuto dell’azione. Significa cioè pensare che il modo in cui si agisce sia più importante di cosa si fa e che quindi, in fin dei conti, bene e male si equivalgano. Che è la tipica filosofia di chi ha la coda di paglia: non potendo giustificare il male, si delegittima il bene operando un drastico cambio degli strumenti concettuali che permettono di valutare, scegliere e in ultimo giudicare. Con ciò si nega il diritto naturale degli uomini, appunto, di valutare, scegliere e giudicare. L’esito logico, coerente e “in buona fede” di tale cammino è l’imposizione di uno stile di vita i cui codici sono minuziosamente dettati dal dogma dell’assoluto relativismo. Lo scopo, naturalmente, è riformare l’umanità (nel senso etimologico: plasmarla in modo diverso), trasformando gli individui unici e irripetibili in automi perfetti, lindi e puliti fatti con lo stampino. Le differenze, tuttavia, possono essere negate ma non eliminate e la conseguenza ultima di tale processo è una sola: lo sfaldamento e il crollo fragoroso dell’ennesima utopia. Si può dare a tutti un vestito uguale e anche pretendere che ognuno lo indossi. Ciò nondimeno, il risultato è e sarà grottesco.