Umts, licenza di torchiare

di Giovanni Bonometti

Se c’è qualcosa di veramente desolante nella vicenda delle licenze per i telefoni portatili detti di "terza generazione" (i cosiddetti Umts) è soprattutto da riconoscere nel fatto che si è giunti alla decisione di dare il via all’operazione senza che vi fosse alcun vero dibattito su quanto stava avvenendo. Il risultato è che ormai è stata indetta una gara d’asta che vede opporsi otto società o consorzi, in competizione per contendersi - a suon di migliaia di miliardi di lire - la possibilità di essere nel novero dei soli cinque soggetti a cui lo Stato permetterà di proporre tale servizio di punta.

Certo le polemiche non sono mancate. Da parte del governo di sinistra e delle forze dell’Ulivo, infatti, si sarebbero voluto utilizzare le risorse provenienti dalla vendita delle licenze per "creare nuova occupazione", ovvero per finanziare le solite iniziative pubbliche "stile Cassa del Mezzogiorno" o comunque per aiutare grandi gruppi, cooperative fiancheggiatrici, aziende amiche.

Polo e Lega non hanno certo gradito questo progetto di mettere in campo una gigantesca campagna elettorale con i soldi delle licenze e hanno ottenuto, nelle aule parlamentari, che tali entrate dello Stato siano vincolate a coprire il debito pubblico.

Questo è quanto è successo. Ma c’è stato, da qualche parte, un uomo politico o un opinionista che abbia espresso la propria contrarietà di fronte all’idea stessa di vendere le licenze? No davvero. E anche quanti ogni giorno invocano l’esigenza di liberalizzare e privatizzare (compresi coloro che non si stancano mai di dirsi "liberali, liberisti e libertari") hanno taciuto: non si se perché incapaci di comprendere ciò che stava avvenendo o perché di fatto contenti per la soluzione che stava emergendo.

Eppure, come è evidente, queste scelte di politica economica allontanano sempre di più l’Italia e l’Europa dalle aree maggiormente aperte al mercato e alla concorrenza: in Nord America e nell’area del Pacifico. E l’Italia non è certo la sola a difendere queste logiche illiberali, se si pensa che nel caso della Germania (da taluni additata come modello della cosiddetta "economia sociale di mercato") la durata delle licenze non è neppure di 15 anni, come in Italia, ma addirittura di 20.

La logica che ispira la decisione del governo Amato di "vendere" le cinque licenze, ad ogni modo, ripropone la vecchia cultura economica dell’Inghilterra assolutista del Seicento e delle "patenti regie", contro cui scrisse parole di fuoco anche Bruno Leoni nel suo importante saggio sul monopolio (pubblicato dalla casa editrice Ideazione nel volume La sovranità del consumatore, con una prefazione di Sergio Ricossa).

Mentre parlano di concorrenza e liberalizzazioni, insomma, i nostri politici hanno deciso di creare un vergognoso oligopolio che impedirà la competizione e, quindi, minerà la nostra economia in uno dei settori più di punta della cosiddetta "new economy". Mentre si dovrebbero abolire i privilegi dei notai e dei farmacisti (e di tutti gli ordini professionali), si è creata dal nulla una ristrettissima oligarchia che - per definizione - non potrà operare secondo le regole del mercato e, quindi, legittimerà sempre più pesanti e corrotte interferenze in questo settore economico da parte della classe politica e delle "authority" di competenza.

Non solo. Il governo italiano - al pari di quello inglese o di quello tedesco - si ripromette di incassare una cifra molto alta dalla vendita di questi nuovi "privilegi". Molti commentatori hanno preannunciato entrate pubbliche dell’ordine dei 50 mila miliardi di lire. Ma da dove verranno questi soldi? Dalle imprese che vinceranno l’asta, certamente, ma soltanto perché esse ritengono (a ragion veduta) di poter rifarsi ampiamente sui loro futuri clienti, i quali non avranno altra scelta. In assenza di un libero mercato, infatti, questi ultimi saranno costretti a rivolgersi ad uno dei cinque soggetti autorizzati ad essere presente in tale settore.

Dopo aver fatto quattro conti, c’è già chi ha affermato che le imprese destinate a vincere contano di ricaricare pesantemente le loro tariffe, dal momento che si apprestano a sborsare almeno un milione di lire per ognuno dei cittadini italiani (questa è la valutazione - in particolare - del presidente dell’authority tedesca, Klaus-Dieter Scheurle). Una famiglia media italiana, insomma, subirà una sorta di tassazione occulta - nel corso degli anni - di circa 5 milioni di lire.

È del tutto ovvio, d’altra parte. Se le aziende che partecipano all’asta sono disposte a pagare tanto è soltanto perché esse sanno che, in quel settore chiuso ad ogni concorrenza e logica di mercato (a causa del sistema delle licenze), sarà loro possibile "torchiare" al massimo i consumatori. Esse avranno di fronte a loro ben quindici anni di strapotere, durante i quali dovranno e potranno recuperare ciò che lo Stato ha chiesto loro sotto forma di "taglia".

I soldi che lo Stato si appresta ad incassare, per questa ragione, rappresentano allora un’imposizione fiscale nemmeno tanto mascherata. Ed una forma di imposta che per giunta ha un’aggravante: quella di chiudere il mercato e la concorrenza in uno degli ambiti più importanti per l’economia di oggi e soprattutto di domani. Lo Stato cede un simile privilegio ad alcune imprese private e queste ultime sono ben contente di pagare dal momento che ricevono, in cambio, la licenza di disporre dei nostri soldi, senza dover competere veramente.

Si potrebbe pensare che il sistema delle licenze risponda ad esigenze "tecniche": ovvero sia al fatto che solo un limitato numero di soggetti possa utilizzare l’etere per offrire tale servizio. Qualcosa di analogo, molti lo ricorderanno, lo si diceva al tempo del monopolio Rai, quando in tal modo si volevano contrastare le tesi liberalizzatrici di quanti chiedevano che il mercato televisivo fosse aperto ad una pluralità di soggetti.

Le cose in realtà sono ben diverse, né si capisce - d’altra parte - per quale ragione gli stessi problemi tecnici dovrebbero permettere solo cinque soggetti in Italia, sei in Germania e così via (esistendo una notevole discordanza, al riguardo, tra un paese e l’altro). Ma se anche per assurdo fosse davvero così, perché mai lo Stato dovrebbe "caricare" di un onere finanziario tanto alto le imprese che si apprestano ad entrare in tale nuovo settore e di conseguenza, quindi, i loro futuri clienti? Nessuno può rispondere in modo soddisfacente a tale domanda per la semplice ragione che non una risposta ragionevole non esiste.

Il fatto che nessun commentatore, ma proprio nessuno, abbia dichiarato a voce alta queste banali verità (e che per leggerle dobbiate ricorrere ad un foglio corsaro come "Enclave", ancora a limitata diffusione) è solo il segno di quanto siano illiberali l’Italia e in realtà tutta l’Europa, sempre prigioniere dei rapporti malavitosi che collegano la politica e l’economia, oltre che dominate da una cultura dirigista e statalista che rischia di condurci sempre più verso il precipizio.

Ogni giorno lorsignori ci dicono che "il mercato lasciato a se stesso è selvaggio" e che "il liberismo all’americana calpesta i valori umani". Di fronte ad una vicenda quale è questa delle licenze Umts, però, riesce sempre più evidente come tanta vuota retorica serva solo a coprire il sistema di rapina e sfruttamento che tanto piace alla classe politica e ai suoi complici.