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La frammentazione è stata un processo inevitabile per uno Stato inventato, disegnato a Versailles per i serbi vincitori fra gli altri del I Conflitto mondiale, secondo criteri tipici dell’ideologia dello Stato moderno e interamente imposto alle popolazioni soggette1, in cui il tentativo della classe politica serba di guadagnare il predominio interno (anche con l’inganno e il tradimento delle promesse di costruire un assetto autenticamente federale, fatte alle altre etnie), non è mai venuto meno, perfino nel periodo di Tito, contrariamente alla mitologia esistente su quella fase storica, volutamente e falsamente descritta come epoca di “tranquilla convivenza”. Non è possibile comprendere le ragioni dell’attuale disastro in Kosovo, il luogo dal quale ha preso il via la ricentralizzazione serba (1989) e la conseguente (per reazione autodifensiva slovena, croata, bosniaca)2 disintegrazione dell’ex Yugoslavia, senza tenere presente il ruolo giocato dai serbi nei Balcani occidentali nel corso di lunghi secoli e l’ideologia imperiale che ne ha guidato l’azione. Il nazionalismo serbo deriva da una forte base imperiale di tradizione bizantina, ma il mito unificazionista della “Nazione”, che ha “reagito” su quella base, formando una miscela micidiale, è stato importato con le guerre napoleoniche, che hanno infettato quasi tutta l’Europa Orientale. Dal 1844 poi, quando Ilija Garashanin, uomo politico serbo, aveva con i suoi scritti diffuso l’ideologia del Nachertanje, di conquista e serbizzazione dei territori circostanti la Serbia, divenendo uno dei principali classici del “nazionalismo integrale” del XIX secolo nell’Europa Orientale, l’idea nazionalista serba non ha smesso di svilupparsi, impastandosi di nazionalismo ottocentesco, ma soprattutto del mito unificazionista risorgimentale, sull’esempio piemontese nei confronti della Penisola italiana (la “Serbia come Piemonte dei Balcani”) e in seguito del razzismo del secolo scorso e delle dottrine che daranno vita ai totalitarismi collettivisti tedesco e sovietico. L’idea della “purezza etnica”, che richiede l’espulsione e la deportazione delle popolazioni dalle terre rivendicate dallo Stato nazionale e imperiale serbo, è stata la base dell’unificazionismo statuale-nazionale che ha imbevuto la cultura politica serba. Tutte le componenti del nazionalismo ottocentesco serbo derivano dall’importazione ideologica del nazionalismo dall’Europa occidentale, a partire dall’idea di Nation di stampo giacobino importata dalle guerre napoleoniche. Quella idea continuerà a penetrare, a dispetto dell’opposizione della Santa Alleanza alla diffusione dei movimenti nazionali in Europa, grazie alla mediazione del nazionalismo italiano. Quello che opera oggi in Serbia è il peggio che abbia prodotto l’Europa negli ultimi duecento anni e che ha spezzato nei Balcani l’equilibrio preesistente fra le etnie. In questo secolo l’imitazione e la giustificazione della “pulizia etnica” crescerà poi negli anni Trenta, sull’esempio delle pratiche nazista e staliniana di “trasferimenti di massa” di popolazioni (una regola, piuttosto che l’eccezione del Novecento), ampiamente teorizzata. Per prendere ad esempio il solo caso del Kosovo, il nazionalismo serbo aveva prodotto già nel 1937 il Memorandum di Vasa Cubrilovic (1897-1990) (esponente del Movimento Nazionalista Serbo dal 1912), sull’espulsione degli albanesi dalla regione. Cubrilovic ha collaborato con tutti i regimi politici jugoslavi, come consulente della monarchia prima e poi come ministro della Jugoslavia di Tito, membro della Lega dei Comunisti e dell’Accademia delle Scienze e delle Arti serba e probabilmente co-autore di quell’ultimo Memorandum (1987) considerato il manifesto della ricentralizzazione e della Nachertanje serba degli anni Novanta. Cubrilovic partiva dalla teoria della crescente “albanizzazione” della Serbia e, considerando gli albanesi “anarchici”, “con carattere intrattabile”, “una razza scontrosa, resistente e prolifica”, ne programmava l’espulsione seguendo l’«unico esempio efficace, quello degli altri Stati che hanno risolto il problema delle minoranze nazionali interne attraverso deportazioni di massa [...] dato che l’unico modo per trattare con loro è quello della forza bruta di uno Stato organizzato». I metodi previsti erano quelli dell’oppressione poliziesca sistematica, della distruzione economica degli albanesi (requisizioni, espropriazioni e statalizzazioni, tassazione esasperata, ritiro dei permessi di esercitare una professione, l’impedimento della vendita del bestiame ecc.), dell’espulsione dai posti statali e comunali, della persecuzione religiosa, della distruzione dei villaggi e infine della pulizia etnica, condotta dall’esercito «in modo pianificato e senza pietà». Questo progetto nazionalista serbo è proseguito con coerenza e brutalità fino ad oggi : una serie di leggi ha reso operativo questo programma nel Kosovo, fino alla “soluzione finale”. Particolare impressione fa la lucida teorizzazione del furto e della piena disponibilità da parte dello Stato, delle proprietà degli albanesi e dell’incameramento statale. Niente di nuovo sotto il sole, ma solo l’uso degli strumenti più classici dello Stato nazionale unificatore. Va aggiunto a questo fosco quadro di nazionalismo, di imitazione europeo-occidentale, la costante, totale incompatibilità fra questa concezione serba e alternative federali (sempre storicamente rifiutate dai serbi come “un’offesa all’anima nazionale”)4, che sarebbero indispensabili in un’area geografica come quella balcanica, che “mal sopporta” organizzazioni statuali nazionali, a causa della sua pluralità storica congenita.5 Il nazionalismo unificazionista serbo odia la pluralità, la multi-etnicità, inconciliabile con lo Stato nazionale ed è infatti radicalmente aggressivo e “organicista”: considera la “Nazione” (e non gli individui, pressochè insignificanti) come un “corpo vivente”, identificandola con lo Stato e legittimando così la classe politico-burocratica che lo domina. Qualsiasi liberazione di popolazioni inglobate viene vista come l’amputazione delle membra di quel corpo e quindi non solo un “tradimento”, ma anche l’“assassinio” del “corpo politico” statale-nazionale, al quale va risposto con la violenza. Tutto questo assomiglia molto alla concezione nazionalista unificatrice italiana, che infatti è stata un punto di riferimento per il nazionalismo serbo fin dall’Ottocento (a lungo è stata diffusa in Serbia la rivista nazionalista Pijemont), sebbene nessuno oggi da noi vi faccia cenno. La permanenza attuale del nazionalismo unificazionista serbo ha tutti i caratteri dell’ossessione disperata e allucinatoria per un processo di unificazione fallito nell’Ottocento. Essa non tiene conto del fatto che l’unificazione italiana, già tardiva nel secolo XIX, non poteva creare lo “Stato nazionale” (che infatti in Italia è fittizio), come in Francia, Spagna e in Gran Bretagna, dove era sorto invece (pur senza cancellare le vere nazioni interne) come frutto di una spietata, plurisecolare egemonia statale. Figurarsi lo “Stato nazionale” serbo alla fine del XXI secolo, costruito con la violenza della conquista, a fronte delle imponenti forze disgregatrici che a livello mondiale e nell’Europa dell’Est in particolare devastano tutti gli aspetti portanti delle gabbie d’acciaio statali, dai confini alle gerarchie interne, agli insopportabili condizionamenti dell’attività economica. Su questa ossessione serba vi sono passi interessanti nei Quaderni di Gramsci, che i neocomunisti farebbero bene a rileggersi prima di recarsi a Belgrado in udienza da Miloshevic. Lo stesso farebbe bene a fare De Benoist, che cita Gramsci a sproposito. Così come i neocomunisti farebbero bene a leggere le pagine di John Reed sulla Grande Guerra nei Balcani, dalle quali emerge come un incubo spettrale l’ossessione nazionalista serba, che covava sotto le macerie e risorgeva continuamente persino nelle più spaventose e decimanti epidemie di tifo. La mitologia del “diritto storico” serbo sul Kosovo Uno degli argomenti principali a favore dei serbi (e quindi del loro diritto, inesistente - se non invocando il diritto di conquista - alla repressione dei processi di secessione) è quello del “diritto storico” sul territorio del Kosovo. Anche se questo fosse un criterio ammissibile (e dal punto di vista libertario non lo è di certo : Thomas Jefferson scriveva infatti che «i morti non hanno poteri né diritti sull’esistenza, sulla libertà e sui patrimoni dei vivi») per dare diritto a dominare altre popolazioni che non sopportano più di far parte di una compagine statuale che ne viola sistematicamente e nel modo più brutale i diritti individuali, l’argomentazione non sta in piedi. Le popolazioni illiriche infatti sono le più antiche dei Balcani6 ed hanno abitato la regione da tempi immemorabili, molto prima degli slavi. In seguito hanno convissuto con le popolazioni slave in una mescolanza formidabile, nella quale non aveva alcun senso il concetto stesso, di marca “statual-nazionale”, di “diritto storico” di una sola etnia su un territorio che diventa parte dello Stato. Gli albanesi non sono stati certo in tutti i Balcani i “nuovi venuti”, ma la componente essenziale di secoli di mescolanze e di convivenze fra etnie profondamente diverse, che in Kosovo hanno anche prodotto secoli di rapporti di collaborazione, tradizioni e legami comuni. Gli albanesi inoltre hanno partecipato e non a caso con i serbi (che volutamente lo nascondono) alla battaglia di Kosovo Polje contro gli ottomani musulmani, il cui dominio sono stati fra i primi a subire nel modo più duro, sia in Albania, dopo il disperato tentativo del cattolico Skanderbeg di sconfiggerli, che nel Kosovo. Gli albanesi si sono poi liberati da soli da 5 secoli di dominio ottomano con una rivolta, che aveva il suo centro di resistenza proprio nel Kosovo (Lega di Prizren) e che ha tenuto in scacco Istanbul per 3 anni. Approfittando dell’indebolimento albanese successivo (dovuto allo sforzo per combattere i turchi) i serbi hanno occupato il Kosovo. La tesi serba (tesi di Cubrilovic, della maggior parte degli intellettuali serbi e del Memorandum del 1987) della “non-naturalità” della presenza albanese nel Kosovo, che sarebbe frutto di violenze e di usurpazioni, naturalmente è falsa. Le commistioni etniche albanesi-slave sono
di data antichissima e risalgono alla conquista slava della Dardania, che
era già ampiamente illirica.
Dal punto di vista libertario, il “diritto storico” statalizzato e collettivista è farneticazione. Chi lo stabilisce ? Una provincia consiste nei suoi abitanti, negli individui che hanno abitato da secoli il territorio, coltivato la terra, costruito proprietà e ricchezze. Questi individui hanno il diritto di autogovernarsi e sono gli unici da interpellare sul loro destino. Il “diritto storico”, sacralizzazione di “confini storici” parallela all’idea sacrale di unità e sovranità politiche, viene assegnato all’inesistente “nazione” statale, fantasma collettivo che nasconde la sete di il potere di una cricca politico-burocratica. Esso contrasta col diritto naturale di pluri-appartenenza degli individui e sulla loro volontà di associarsi per libera scelta. Si arroga il diritto di confisca statale sulle risorse create nel corso di decenni o di secoli, attaccando i diritti individuali e esacerbando le contrapposizioni etniche e inglobando arbitrariamente gli individui in gruppi chiusi e incompatibili fra loro. L’aberrante e criminale ruolo delle “istituzioni internazionali” e l’intervento della NATO. La politica nonviolenta scelta negli ultimi dieci anni dalla popolazione albanese del Kosovo è stata una formidabile eccezione rispetto a casi analoghi di risposta a soprusi e angherie subite da popolazioni inglobate in altri Stati nazionali (Irlanda, Paesi Baschi ecc.). La nonviolenza con suoi metodi civili (marce, sit-in, scioperi, proclamazione di un “governo parallelo”, referendum sull’indipendenza), è stata applicata mentre venivano massacrati centinaia di civili, fatti fuggire 150.000 albanesi all’estero e più di 50.000 all’interno. In campo internazionale la disobbedienza civile albanese ha anche ricevuto lodi per aver a lungo rifiutato l’opzione della resistenza armata, ma quelle associazioni criminali permanenti che sono le “Istituzioni Internazionali”, cartelli di Stati che se ne infischiano delle libertà delle popolazioni incarcerate entro i loro confini, hanno preteso che la popolazione albanese continuasse a subire, negando il riconoscimento internazionale all’indipendenza, pacificamente proclamata, del Kosovo e continuando a riproporre il ridicolo mito ottocentesco dell’ ”autonomia”8, interna alla Serbia, già distrutta proprio dal nazionalismo imperiale serbo nel 1989, a riprova del fatto che l’autonomia e il “decentramento” non realizzano alcuna forma di indipendenza politica, essendo il potere realmente sovrano in grado di sopprimerla quando vuole, soprattutto se guidato da una concezione come quella nazionalista serba. I “riconoscimenti internazionali” delle nuove indipendenze vengono “elargiti dall’alto”, al momento desiderato da classi politiche di criminali, che ammettono nel loro consesso “internazionale” chi vogliono, come una cosca mafiosa, secondo il criterio dei “due pesi e due misure” e in totale indifferenza per qualsivoglia regola logica, violando il diritto naturale di resistenza degli individui e delle popolazioni massacrate dagli Stati che li dominano. Del resto la geografia politica dei Balcani era già stata disegnata dal secolo scorso nelle Conferenze internazionali, sbattendosene della volontà delle popolazioni : gli albanesi ad esempio erano stati “assegnati” a quattro regioni e Stati differenti (Albania, Kosovo, Macedonia, Montenegro). Gli albanesi del Kosovo, dimentichi di quella amara lezione, hanno avuto troppa fiducia in quelle organizzazioni criminali che sono gli Stati e i loro cartelli internazionali. Così il ritardo (per compiacere la paranoia statalista delle classi politiche occidentali) nell’intraprendere la via che John Locke definiva dell’ ”appello al cielo”, cioè della resistenza armata, l’unica possibile in tale grave situazione, ha lasciato la popolazione disarmata in balia della violenza serba, della pulizia etnica, dell’espulsione e della distruzione delle proprietà frutto del suo lavoro. Come ha dimostrato il caso del Kosovo, il consesso di Stati denominato “Istituzioni Internazionali” e il suo consevatorismo (tutto statuale: mantenimento dell’ “integrità territoriale” della Yugoslavia attuale, cioè la stessa musica che si era sentita con le secessioni di Slovenia, Bosnia, Croazia) e cinismo nei “riconoscimenti internazionali”, interferisce e blocca l’esercizio del diritto naturale di resistenza alle tirannidi, del quale la secessione è una sottospecie. Le armi infatti avrebbero dovuto essere per tempo distribuite alla popolazione, magari anche con l’aiuto volontario di altri popoli, perché contro un popolo in armi, come hanno dimostrato i vari Vietnam o Afghanistan, non c’è superpotenza che riesca ad imporsi. La pratica dei riconoscimenti internazionali ha bloccato invece la possibilità di liberazione, subordinando la possibilità di esercitare il diritto naturale di resistenza alle decisioni della “comunità internazionale” sull’ammissibilità o meno di un’indipendenza10 votata dalla stragrande maggioranza dei kosovari e approvata dal Parlamento del Kosovo riunitosi clandestinamente. Le responsabilità degli Stati nazionali occidentali sono dunque gravissime con la loro intromissione nell’esercizio del diritto di resistenza, l’ostacolo e la condanna arbitraria di una guerra di guerriglia difensiva di una popolazione vessata all’inverosimile. L’intervento armato della NATO continua questa logica, arrogandosi il diritto di esercitare il potere aereo al posto dell’autodifesa della popolazione, provocando una reazione serba spropositata e un male peggiore del rimedio. Del resto fin dall’inizio della loro storia gli Stati hanno provocato sempre più danni di quelli ai quali hanno dato a vedere di porre rimedio, ma soprattutto hanno preteso di offrire rimedio e difesa dai disastri che essi stessi hanno provocato. Così è stato anche l’intervento NATO, voluto dalle classi politiche di quegli stessi Stati che oscillano in modo allucinante fra l’ottocentesco e particolaristico concetto di Stato nazionale (e della difesa ad oltranza della sua “integrità territoriale”) e quello universalistico di “difesa umanitaria”, di invenzione recentissima e davvero ridicolo se imposto con bombardamenti e massacri di popolazioni civili. Il macello dei Balcani dunque si chiama “Stato nazionale”. Ha due facce: quella serba, composta da una popolazione che ha “bevuto col latte” i principi costitutivi del nazionalismo ottocentesco, la cui barbarie non è stata certo dai serbi inventata; l’altra faccia è quella degli Stati riuniti nelle deificate “Istituzioni Internazionali”, associazioni a delinquere permanenti che si arrogano il diritto di decidere della libertà degli individui e delle popolazioni, paralizzandone il diritto naturale di resistenza. A quel mattatoio non potrà essere posto rimedio finchè gli Stati e i loro apparati criminali non si toglieranno dai piedi. Giuseppe Motta
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